sabato 18 aprile 2009

NEUROMECCANICA: OFFICINE SCHWARTZ TRA FABBRICA E CIELO



Il nome ed il logo adottati da questa formazione bergamasca, per quanto ingannevoli, non hanno niente da spartire con le congegnerie bruitiste cui ci hanno straziato/ deliziato/ abituato gli estremisti adepti del filone industriale inglese e tedesco ed epigoni al seguito.
A dispetto delle scelte stilistiche ed espressive, le Officine Neuromeccaniche Schwartz hanno ben pochi debiti -e quei pochi, trasversali- con l'eredità rumorista lasciataci dai vari Z'ev, Test Department, Einsturzende Neubauten e compagnia martellante.
Il fatto che questi 20 operai trasformino da 26 anni il palco in una fabbrica, decidendo di accantonare strumenti tradizionali del circuito rock o elettronico in onore di una vitalizzazione dell'inanimato che li vede manipolare e percuotere catene, ferraglie e bidoni non significa necessariamente trovarsi di fronte all'ennesimo campionario di vuoti ed insostenibili clangori.
Questi cugini dei CCCP propongono ammalianti ibridi di violini e ingranaggi, tromboni e scintille, mazzate di bidoni e velluti di soprano, sirene lancinanti e cori melodiosi, vetri infranti e cornamuse, fughe classicheggianti d'organo e stridori delle catene di montaggio.
Le loro mise en scene, spesso ambientate in spazi tutt'altro che convenzionali e ancor più spesso precedute da parate per le strade, non di rado rinforzate da un approccio multimediale che comprende discipline quali la danza e la videoarte, mirano maggiormente al recupero di una memoria storica, alla voglia/ necessità di non dimenticare, di non far dimenticare, piuttosto che allo stordimento e alla provocazione delle platee.
Quest'ambiziosa ma lodevolissima intenzione/ iniziativa si avvale di richiami folcloristici di molteplici estrazioni culturali ed epocali, quali canti della resistenza bulgara e della guerra civile spagnola, liriche tese ad esprimere la rabbia e gli scioperi dei lavoratori oppressi, sfruttati, malpagati, disdicevoli eventi legati alla prima ed alla seconda guerra mondiale.
Fritz Lang, Sergej Eizenstein, Orwell e Marinetti li avrebbero di certo adorati e c'è da star sicuri che anche André Schwartz, uno scrittore che ha lasciato ai posteri una fiabesca trilogia sul potere, li avrebbe considerati con un certo riguardo...

Dopo l'onore e il piacere di una ventina di loro esibizioni decido nell'aprile 1994 di estorecere maggiori ragguagli biografici al capo-cantiere Osvaldo, compositore coordinatore e Von Karajan dell'ensamble

' Tu hai un cuore ardente per un'azione agghiacciante' (Antigone)


MANOLO MAGNABOSCO - Vogliamo innanzitutto riassumere, per i non addetti ai lavori, come quando e perché è iniziata e perché vi siete battezzati così?

OSVALDO ARIOLDI - Le Officine Schwartz sono sorte nell'autunno del 1983 dopo un periodo di pausa da altre esperienze musicali, con una volontà di dedizione all'espressione di questa nostra civiltà industriale. Siamo partiti con dei concetti che abolissero dei sistemi che non reputavamo validi o idonei per comporre della musica.
Le Officine sono soprattutto nate come contrapposizione alla tendenza musicale di un'epoca in cui vari gruppi "trasgressivi" di suono elettrico o rock si vedevano circoscritti da moda e mass-media. Alcuni militanti di questo standard obiettarono, e si compì una radicale trasformazione del suono, dei relativi strumenti, dell'aspetto proponitivo, del grado di tensione provocato dagli spettacoli, della simbiosi tra musica, proiezione, luce, ombra, buio, fuoco, danza e rumore. Tutto questo per provocare un cambiamento intenzionale di direzione espressiva rispetto alla tendenza di massa, intendendo per massa anche la numerosa congrega "alternativa" dominata inconsciamente e suo malgrado, dall'ennesima transitoria moda.
Le principali scelte ed operazioni di taglio espressivo con le quali, a testa bassa, sono partite le Officine sono state l'abolizione/ boicottaggio della batteria come strumento ritmico, considerata in ferma evoluzione da una trentina d'anni e timbricamente limitata. L'abbiamo "rinnovata" e sostituita con ritmi elettronici e strumenti a percussione impropri quali bidoni di ferro, tubi e pressofusi metallici, griglie, catene, lamiere, trapani, vetri, televisori da distruggere... ci siamo diretti verso un uso corale e meccanico dei ritmi, a rappresentazione del lavoro in un reparto di fabbrica.
Quel che ci eccitava era che con £20.000 riuscivamo a procurarci strumenti per quattro persone da un rottamaio; ferraglie abbandonate e arrugginite che tempo prima erano servite per tutt'altri scopi. Riutilizzare materiale che a suo tempo era servito per il lavoro è stata per noi una sorta di rivendicazione.
Un'altra convenzione alla quale le Officine hanno detto spietatamente "no!" è la figura del cantante front-man, che a nostro avviso non c'entra niente con la musica ma fa invece parte di un'estetica di dubbio gusto creata dalla propaganda e dalle mode. Abbiamo obiettato al convenzionale sistema 'voce=cantante' con una redistribuzione corale della melodia, relegando al solista solo recitativi e sottovoce.
C'è inoltre stata la presa di coscienza del Rumore come riferimento culturale di un'era industriale e quindi abbiamo incominciato a sfruttare l'abbinamento di armonia e rumore, di suoni piacevoli e di rumori fastidiosi...

MM - Nonché di suoni fastidiosi e di rumori piacevoli...

OA - Anche. Senza risparmiare i silenzi. Mentre musiche importate dall'America - terra da noi accoratamente detestata per il basso, a nostro avviso, gusto estetico e ancor più piatto potenziale espressivo - non ci attraevano, noi abbiamo preferito non assoggettarci al colonialismo musicale angloamericano, evitando di scimmiottare tale stile con l'uso di una lingua incomprensibile e di diventare qualcosa per pochi eletti.
Le Officine hanno sempre cercato di creare qualcosa la cui fruitura fosse per tutti: per i bambini, per i vecchi partigiani, per i lavoratori, per i giovani, a patto che chiunque ascoltasse fosse disposto a lasciare a casa le proprie mode.
I riferimenti ai modi sinfonici di composizione comprendono suoni e silenzi, pianissimo e fortissimo, contrasti tra armonia e bruitismo.
I soggetti sui quali si è lavorato riguardano principalmente il suono/ ritmo/ rumore della macchina meccanica, la cultura storica del lavoro, il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, il lavoro durante la guerra, gli incidenti in fabbrica, l'amore/ odio per i tempi moderni e lo scambio culturale, scelto o forzato, dato dall'emigrazione e dall'immigrazione dei lavoratori.
Il tutto senza usare strumenti-simbolo della cultura rock quali basso e chitarra elettrica, eccetto che per scopi non tradizionali ( basso ad arco oppure a larsen ).
Non siamo mai stati interessati ad avere un genere o un modo definibile, quanto a creare suono e atmosfera utilizzando vari strumenti e dimensioni sonore dettate dal soggetto in espressione, quindi conseguenze di forme differenti tra di loro.
Agli esordi eravamo cinque audaci sperimentatori; nel corso di questi anni si sono avvicendati una quarantina di soggetti. Attualmente siamo in venti.
I criteri di lavoro che ti ho esposto sono tutt'ora operanti.

MM - Perché Officine Schwartz?

OA - Chiamare il gruppo "Officine" ci poneva al di là di una barriera espressiva ben lontana dalla civettuoleria della tendenza e dai suoi contenuti di plastica.
Schwartz invece è un nome che appartiene alla mia strada, alla mia cultura infantile, al mio percorso di vita. Il nome fu scelto per ragioni di estetica eufonica.
Adesso un nome come questo lo potrebbe utilizzare chiunque, perché dal 1980 si è stati testimoni di una grande degenerazione estetica , di uno strabordante pessimo gusto esteso un po' dappertutto; in suo nome qualsiasi cosa viene storpiata o abbruttita giusto per il tono di fare qualcosa di "nuovo", di "originale".
Nel 1983 una banda musicale e multimediale che si firmava Officine era particolare, anche inquietante. All'epoca chiamarsi così e portare un set di bidoni e lamiere su un palco necessitava di un po' di pelo. Ora tra tv e tempi moderni ne han combinate di ogni colore.
All'epoca invece erano innovazioni; son contento di aver fatto qualcosa di sentito e di aver avuto la possibilità, grazie anche ai numerosi colleghi succedutisi di volta in volta, di continuare sempre a fare delle cose che ci piacevano.
Un nome simile segnala la proposta estetica ed espressiva " in positivo " di lavoratori, artigiani, impiegati, studenti, operai, metalmeccanici, volontari. Ma non si crede alla gioia del lavoro per lavorare sempre di più e per opprimere il popolo, come voleva il Duce, ma nel fatto di poter essere presenti in maniera fisica, operare con la propria forza, le proprie energie, le proprie idee per un contributo.

MM - Le costanti più spiacevoli del lavoro quali lo sfruttamento, il lavoro come orwelliano stratagemma di oppressione, la disoccupazione, l'alienazione da lavoro sembrano essere il vostro maggior cruccio espressivo su palco e su vinile...

OA - Quand'ero più giovane ho lavorato in fabbrica, e quest'esperienza è stata pesante e piuttosto brutta.
Quando le Officine sono nate abbiamo scelto di esprimere nella nostra musica contenuti di un certo spessore, che riguardassero da vicino l'esperienza quotidiana di vita della quasi totalità delle persone. Da qui la scelta del lavoro come tematica, con tutte le sue brutture e le sue pesantezze.
Salire su un palco e percepire di fronte a te poca o molta gente che ti guarda o ti ascolta, ti mette nella condizione di avere qualcosa d'importante e di non banale da esprimere.
Parlare di lavoro per noi racchiude in se molteplici aspetti diversi, che hanno anche riferimenti culturali e storici precisi. Quando saliamo sul palco vestiti con la tuta blu, l'Operaio a cui facciamo riferimento, che in un certo senso noi in quel momento rappresentiamo, è quello meccanico della prima industrializzazione, l'Operaio ottocentesco. Questo soggetto, legato alla macchina, che per più di dieci ore al giorno ripete gli stessi gesti, che è sfruttato e tiranneggiato dal padrone, che è malpagato, privo di diritti e di chi li difende, costretto in quella condizione per la propria sopravvivenza materiale, diventa per noi una figura quasi mitica, un simbolo della condizione umana.
Questo operaio vuole essere metafora della quotidianità di chi si sente schiacciato da una realtà che non è a propria misura, che tende a creare distanza e fratture tra le persone, conflitti e assenza di comunicazione.
E' il simbolo di chi si sente profondamente a disagio all'interno di un mondo, di uno stato, di una città in cui sembra essere più felice chi è più uguale agli altri, alle conformità che comanda il padrone-televisione, il padrone-moda, il padrone-denaro... l'Operaio continua a lavorare, ma intanto sogna e progetta la distruzione della fabbrica.
Il tema del lavoro nei nostri spettacoli non è presente soltanto in questo suo aspetto simbolico. L'Operaio, e più in generale il lavoratore, diventa una figura molto concreta e attuale quando parliamo di scioperi, di incidenti in cantiere e in fabbrica, di lavoratori extracomunitari che vorrebbero tornare a casa e di disoccupati stranieri che dall'Italia vengono rispediti in Africa.
Inoltre, in molti aspetti dei nostri brani, cerchiamo anche di contribuire a rivendicare una memoria storica intorno a fatti del passato recente.
Cosa che abbiamo fatto, ad esempio, con lo spettacolo " Remanium Dentaurum ". Oltre ad assemblaggi sonori di spontanea sperimentazione, si è avvertita l'esigenza di un lavoro più composito, più totale. Tutto è iniziato da un'architettura - o carpenteria - di base... Remanium Dentaurum era una composizione per area basata sulla rotazione e sincronizzazione dei tempi dei media usati. Per il "colore di fondo" utilizzammo un fatto storico della Cultura del Lavoro: il bombardamento alla Dalmine. Questa fabbrica siderurgica, che si trova in provincia di Bergamo, produceva, tra le altre cose, anche le ogive per le V2 tedesche. Il Warenkopf non fece suonare l'allarme aereo per non interrompere la produzione, così i bombardieri americani sganciarono tutto il loro carico sulle teste degli operai al lavoro.
Altre tinte, oltre a luci e proiezioni, furono date da elevazioni alla meccanica, denunce cantate di incidenti sul lavoro, rumore e ancora rumore. Il progetto costò ben quattro anni di elaborazione, fu presentato per un'unica volta nel marzo dell'88 ed eseguito da 18 elementi.
La composizione era progettata per otto ore, lunga quanto un turno; noi agivamo lungo il perimetro di un capannone, lasciando il pubblico in mezzo, al contrario di quel che avviene di norma.
Tutto è già stato fatto. Non ci resta che ripetere. E allora perché non farlo coscientemente, dando varie chiavi di rapporti ogni volta differenti, motivati e gratuiti allo stesso tempo? C'è sempre una giustificazione, c'è sempre un accordo, volenti o nolenti.
In questo magma di combinazioni, contraddizioni e dissonanze che era la Remanium, abbiamo voluto infine fare una proposta di possibile ordine o convergenza, che non è però la soluzione finale; tutto continua comunque e si ripete aldilà delle ore a nostra disposizione, con lo stesso caos, la stessa caparbietà, lo stesso ineluttabile divenire.
Trasformare strumenti di lavoro o merce prodotta da lavoratori in strumenti sonori rappresenta inoltre una sorta di grande rivalsa, di reinterpretazione e di vendetta.

MM - Quindi in che misura acquista una valenza rituale quanto avviene sul vostro palco?

OA - Un rituale?!?

MM - Si, un esorcismo o l'integrazione di qualcosa che manca... mi hai appena detto che tendete a trasformare un rottame in uno strumento musicale, vendicandovene; questo processo di rianimazione e di rivendicazione mi fa pensare che in qualche maniera avete intenzione di operare un esorcismo. Fino a che punto un vostro spettacolo può essere considerato un rito tribale?

OA - No, non direi affatto che ciò che avviene sul palco durante i nostri spettacoli sia un rituale. Il rito è qualcosa che ha a che fare con la parte più istintiva dell'uomo. Nel rito non ci sono spettatori, non c'è un palco; tutta la tribù è intorno allo sciamano, danza e canta con lui. Il rito riguarda una credenza, una fede che accomuna tutti.
Ciò che avviene nei nostri spettacoli è più simile alla rappresentazione di un mito. Il mito è un'architettura della realtà che appartiene al livello razionale, non istintivo, dell'uomo.
Sul palco noi raccontiamo un mito, una storia senza celebrare nulla: non c'è nessuna tribù, nessuno sciamano, ci sono gli attori-musicisti e c'è il pubblico che guarda e ascolta... forse l'estetica e le sonorità proposte fanno pensare ad aspetti tribali/ rituali. Quando suoniamo un pezzo di ferro non crediamo di operare nessun esorcismo, semplicemente utilizziamo il nostro pensiero divergente, sarebbe a dire quella "parte del cervello" che tutti hanno - che molti ignorano e non usano - che permette di essere creativi e fantasiosi, nel nostro caso di trasformare un bidone che conteneva petrolio in un bidompano ( bidone + timpano ).

MM - A proposito di pubblico, che sangue corre con esso? Riuscite ad instaurare un polo dialettico?

OA - L'approccio che le Officine Schwartz hanno sempre tenuto con il pubblico è di tipo teatrale: ci presentiamo come lavoratori in una fabbrica all'opera, che hanno un turno da eseguire, con un inizio e una fine, lasciando sempre libero chi ci guarda e ascolta di farsi idee proprie o di non farsene affatto.
Comunque dobbiamo sottolineare che il livello di comunicabilità con il pubblico è cambiato nel corso degli anni. Le prime Officine, ponendosi in netta contrapposizione con le mode musicali dell'epoca, avevano come intento prioritario quello di provocare, di scuotere, musicalmente e contenutisticamente chi stava davanti a loro, portandoli in una dimensione fatta di temi e atmosfere pesanti, di terrore e di gelo.
Non c'era intenzionalità comunicativa, ma quella di trasmettere una forte scossa.
Mantenendo fermo nel tempo lo spessore dei temi che le Officine hanno affrontato e affrontano, è andato maturando nel gruppo un maggiore intento comunicativo, senza però rientrare nelle convenzioni relazionali di massa, rimanendo fuori dai giochi propagandistici, didascalici e moralistici. Ci siamo muniti anche di ironia, di cinismo, cercando di rendere visibili e palpabili i molteplici aspetti del reale.
Lo stesso fatto, come ad esempio il turno di lavoro alla catena di montaggio, può essere visitato artisticamente in vari modi: è l'ambiente opprimente dove dominano gli stridori e i tempi della macchina, è l'operaio che crea un legame grottesco con la sua macchina-carnefice.
A chi ci sta di fronte diamo le coordinate riguardanti l'origine del lavoro, nella sua storia e nella sua costruzione. Tutto il resto - interpretazioni, emozioni, sensazioni, giudizi - è del pubblico.

MM - Gli outsiders della corrente industriale si preoccupavano di analizzare i rapporti uomo/ macchina con una dose di cinismo, nichilismo e pulsioni iconoclaste inenarrabili, proponendo prodotti violenti, sonorità e tematiche drastiche, atteggiamenti autoritari e spesso anche rissosi e ai limiti del lecito con le platee... da un loro spettacolo si usciva annichiliti, storditi, irritati, a volte scioccati. Agli esponenti di tale corrente interessava creare cariche di tensione funzionali alla trasmissione e alla percezione di quell'universo desolato e desolante che George Orwell profetizzò quasi mezzo secolo fa. Mi sembra che le Officine Schwartz si muovano in una direzione che comprende, oltre al frastuono a perdere, anche un'ottica -se mi passi la parolaccia- romantica, positivista... ruggine e clangori cedono spesso il posto a massicce iniezioni di armonia portate da cori, fiati, organi, violini, cornamuse, fisarmoniche, canti popolari, elegie, kyrie... il che tende ad ammorbidire notevolmente il discorso, a vederlo sotto un'angolazione quasi romantica o positivista; qual'è il retroscena di un'operazione sincretica come la vostra e quali pensate siano le principali divergenze tra voi e un gruppo industrial?

OA - Penso che la vera musica industriale, nel senso di "prodotta per il consumo di massa", sia il rock.
La prima volta che sentii il termine "musica industriale" fu durante una conversazione sulla musica moderna e sulla sua inutilità e fu proprio un mio amico musicista ad usarlo per definire l'importanza di esprimere una realtà culturalmente vicina a noi, anche se esteticamente poco accattivante - edilizia, deturpazione generale, operai con i loro problemi -, tant'è che pensai che l'espressione l'avesse inventata lui.
Solo due anni dopo trovai una rivista, "Industrial Music", edita nel 78 dai Throbbing Gristle; parlava di quelli che erano all'epoca i più noti 'artisti del rumore' - Z'ev, SPK, Non, TG etc - e delle loro particolarità...
Concordo in pieno che la linea d'obbligo della corrente industriale sia piuttosto violenta nei suoi suoni ed estrema nelle sue composizioni, ed è indubbia l'efficacia che ha sul pubblico un'azione sonora di Vivenza, bruitista di Grenoble.
Ripeto, quando nacquero le Officine, tutto ciò mi era ignoto, il mio operato fu spontaneo, rumore e sogno erano la mia quotidianità da sempre.
Trovo estremamente errato comporre forti intensità e perseverare in esse. Anche perché l'orecchio si abitua, dopo pochi secondi ciò che era estremo diventa la norma, e subito dopo una moda. Molto più interessante ed incisivo è comporre sussurri che parlano di un'esplosione; essi possono raggiungere intensità emotive maggiori di quelle suscitate da un boato.
Non è un modo per ammorbidire il discorso o per rendere il tutto romantico e positivista, oggi siamo profondamente contrari all'idea che per comunicare qualcosa d'intenso al pubblico sia necessario disgustarlo. La musica industriale nella sua evoluzione è stata contaminata prevalentemente dalle tendenze musicali di volta in volta di moda - dance, house, techno - , noi preferiamo lasciarci contaminare dai soggetti e dalle situazioni che esprimiamo.
Non si può parlare della guerra in montagna riproducendo il fondo sonoro di una metropoli.
L'utilizzo del canto della tradizione operaia e popolare e di cori, fiati, cornamuse si colloca, come del resto molte altre scelte espressive, nell'ambito della ricerca che stiamo conducendo in merito al recupero della memoria storica. Non si tratta di nostalgia di valori e tradizioni perdute, è semplicemente il bisogno di recuperare ritmi e tempi più a misura d'uomo.

MM - Però il gusto retrò di molte vostre composizioni mi induce a pensare che a vostro modo vi portate dietro una certa dose di nostalgia... Ecco, in questa componente nostalgica che tu e le Officine avete - o comunque, trasmettete - è implicito il desiderio di voler tornare a certi valori e tradizioni persi, irrecuperabili o incerti, a certa bellezza della vita popolare sfuggita sempre più di mano dalla nascita dell' era industriale in poi?

OA - Infatti la bellezza della vita popolare se n'è proprio andata, non esiste più. Parecchio tempo addietro i nervi del prossimo erano un po' meno veloci e di conseguenza si viveva meglio. Porto con me della nostalgia di pace che mi serve per appoggiarmi nelle composizioni.
Noi abbiamo la fabbrica alle spalle ma comunque anche la terra sotto i piedi e il cielo davanti; miriamo a stare bene, non siamo masochisti. Se il nostro suono è a tratti "brutto" è per via della bruttezza del quadro rappresentato.

MM - Di cosa è costituito l'immaginario politico e ideologico delle Officine Schwartz? Siete sostenitori o detrattori di particolari elementi o situazioni passate e presenti?

OA - Le Officine partono dal presupposto di non porsi pro o contro qualcosa, ma di farsi testimoni, di essere staffetta della memoria storica delle oppressioni e delle lotte che l'operaio in particolare e l'uomo sociale in generale portano avanti costantemente rivendicando il proprio esistere, la propria dignità, i propri diritti.
Testimoni di bombardamenti, stragi di stato, vittime sul lavoro, dello sfruttamento esasperato dell'uomo e dell'intolleranza.

MM - Corre voce che avete interagito con illustri entità quali La Fura dels Baus e Giovanni Ferretti. Avete in programma futuri incastri con altre personalità "artistiche"?

OA - Le collaborazioni e le interazioni con altri gruppi o artisti sono sempre state per noi un terreno molto fertile di creatività e costruzione di nuovi lavori. Riguardo la Fura dels Baus e Giovanni Ferretti, io ho personalmente dei contatti e dei rapporti, ma non hanno mai collaborato con le Officine. Sono stati invece avviati cantieri di lavoro espressivo con Andrea Chiesi, pittore, e con Valeria Prandi, poetessa, che sono culminati nelle rappresentazioni multimediali de "L'Opificio" e di "De Bellica Machina".
Un'altra collaborazione produttiva è avvenuta con Ravenna Teatro, che ci propose un lavoro sulla Resistenza avendo ascoltato il coro di "Ciao bella" durante un nostro concerto.
Questa musica, scaturita spontaneamente, fu poi composta come obiezione alla popolare "Bella Ciao", simbolo della Resistenza Partigiana, che parlava di morti sepolti in montagna a tempo di polka. Con Ravenna Teatro abbiamo percorso un lungo cammino di ricerca nella Memoria della Resistenza, attraverso la testimonianza diretta di attiviste partigiane ravennati e quella, mediata dalle Officina, di canti di lotta e di resistenza dell'area romagnola.

MM - Considerando che non avete mai rappresentato due volte lo stesso spettacolo, c'è un disco o un lavoro in particolare che vi rappresenta maggiormente?

OA - Incidere dischi non è il nostro lavoro, tanto meno il nostro obiettivo; s'incidono solo per avere un più esteso raggio di comunicazione, per decretare la propria presenza. Sono anche una specie di veicolo economico - ma non nel nostro caso.... Li facciamo perché perlomeno ci sarà qualcuno che sa che esisti e ti potrebbe dare la possibilità di esibirci e di fare spettacoli, che è poi quella che di più ci interessa. La nostra dimensione è quella di un reparto al lavoro, attivo e dinamico, non quella dietro una consolle di registrazione.
Tutti i lavori eseguiti ci rappresentano, ogni spettacolo è un nuovo punto d'arrivo, una sintesi della nostra evoluzione, in quel dato momento storico del nostro percorso.
Tra tutti, oltre al già citato Remanium Dentaurum, ricordo un'esibizione avvenuta in un teatro naturale, tra le rocce, sfruttando solo l'acustica del luogo e il riverbero ambientale. Ricordo anche una chiesa sconsacrata e ho piacevole memoria anche della fabbrica a Bologna.
Noi suoniamo anche per strada, le Officine sono anche una banda pronta a organizzare parate.

MM - Cosa dovremo aspettarci in futuro dalle produzioni made in Schwartz?

OA - Attualmente stiamo preparando uno spettacolo nuovo, che non ha collaborazioni esterne e che richiederà tempi lunghi. Non appartenendo ad un genere non abbiamo mai fatto due cose uguali, ogni cosa che si crea è sempre nuova, diversa. La formazione stessa non è sempre quella, la gente va e viene; la gente che arriva porta qualcosa di suo, chi va via lo toglie. Chi è rimasto sta lavorando a del materiale inedito.

venerdì 17 aprile 2009

NON C'E' GUSTO IN ITALIA AD ESSERE ROBERTO FREAK ANTONI (1994)







'Il segreto dell'agitatore è di rendersi stupido quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti come lui' (Karl Kraus)

MM - Allora, Roberto, replay: come, quando e perché sono nati gli Skiantos? Da quali input e da quali esigenze sono stati forgiati?

ROBERTO "FREAK" ANTONI - Bene, allora qui direttamente dalla stazione ferroviaria di Bologna centrale ti dico che gli Skiantos sono nati a metà degli anni 70. Il primo disco risale al 77 ma gli esperimenti degli Skiantos ebbero inizio qualche anno prima. Allora ci chiamavamo 'Freak Antoni e la Demenza Precoce', in un momento di delirio eccessivo e di autogratificazione esagerata il gruppo portava il mio nome associato alla dementia praecox, perché stavamo appunto ragionando su questo fenomeno e questa caratteristica della demenza e di ciò che può essere demenziale. E bene o male l'aggettivo 'demenziale' ce lo siamo inventato noi, è una piccola invenzione degli Skiantos.
Oggi si parla tanto di demenziale, secondo me anche molto a sproposito, perché si tende spesso ad identificarlo soprattutto con la goliardia mentre in realtà il demenziale non si limita certo a questo; è anche il piacere del non sense, il gusto dell'assurdo. E penso che i nostri primi esperimenti fossero davvero molto interessanti, abbastanza radicali.
Avvennero nella mia cantina, ove ero solito radunare amici, compagni di classe, conoscenze varie per iniziare a comporre canzoni assurde dettate dalla regola ferrea, precisa, molto determinata che non si parlasse d'amore in maniera sdolcinata secondo quei canoni caratteristici tipici della classica canzonetta all'italiana. Quindi c'interessava escludere o frantumare le romanticherie sdolcinate e tutto il generale melassume e mielume gratuito; c'imponemmo di comporre canzoni che parlassero di pastasciutta, esaminando ogni cosa con una grande materialità... ma non per disconoscere una spinta spirituale e dialettica che c'era come nostra esigenza, bensì per opporci decisamente contro la retorica del periodo, contro il qualunquismo canzonettaro del mondo musicale italiano, legato alle solite rime, ai soliti temi... ovviamente per me si parla impropriamente di musica leggera, perché la cosiddetta musica leggera italiana è invece molto, molto pesante!
Ti ripasso il microfono qui dalla stazione ferroviaria di Bologna centrale!

MM - Cosa ricordi dell'allucinato, beckettiano esordio in cui davanti ad un'allibita platea cucinaste degli spaghetti e ve ne abbuffaste?

RFA - Ne ho un ottimo ricordo, è stata una bella provocazione, è stata una serata all'insegna del rifiuto musicale, della negazione di quella musica intesa come accozzaglia di stereotipi musicali, dal rock più facile alla banalità della canzone tutta amore e cuore... Per il nostro esordio, piuttosto che tuffarci nella mischia producendo musica, magari altrettanto stupida e banale, noi decidemmo di fare una spaghettata sul palco.
La famosa 'spaghetti-performance' voleva essere, nel suo piccolo, una forma di protesta, uno spettacolo controcorrente, di contrasto, di contestazione di certa frivolezza musicale.
In altre occasioni portammo anche un frigorifero sul palco dal quale estraemmo dei cibi e tirammo anche dei vermicelli da pesca al pubblico, vomitandoli dal palco o catapultandoli... la nostra performance più elaborata in materia è stata invece la preparazione, tramite fornello autentico, di una spaghettata con tanto di pentola, di acqua, di sale e di spaghetti messi a cuocere. Mancava il soffritto, c'era un ragù preparato che nessuno ha mai avuto occasione di ascoltare, anzi di sentire, in termini culinari e di gusto; nessuno riuscì poi ad ascoltare musica, perché dopo uno scontro verbale con il pubblico, dalla platea arrivò della merda sotto forma di sterco di mucca, raccolta il giorno prima - come ci fu in seguito raccontato - in stalle locali.
Fu in ogni modo una serata interessante e la ricordo con piacere ed affetto.

MM - Al di là dell'elevato tasso provocatorio, intendevate mirare a particolari dimostrazioni con una simile azione?

RFA - In sintesi era molto più divertente fare cose di quel tipo piuttosto che faticare su studi musicali, così come di fronte a certo teatro banale è più divertente fare altro... Se la scena generale deve essere noia e banalità meglio farla morire e pensare ad altro.
[vedi anche QUI ]

MM - L'uso di strumenti giocattolo con i quali avete iniziato a proporvi on stage fingendo di suonare alludeva alla miseria cultural-musicale vigente o, più in profondità, era un'ennesima dimostrazione cageana dell'espressività e della musicalità del silenzio?

RFA - No, era semplicemente un modo per dire che anche con strumenti giocattolo si potevano fare interventi musicali interessanti o provocatori. Quell'idea era stata adottata per arrivare a esprimere una sonorità ed un'attitudine infantili, supportate da certi testi in rima baciata, da asilo che noi sceglievamo di fare proprio per ingigantire la grevità della canzonetta e la seriosità della scena italiana. Così gli strumenti giocattolo potevano avere il compito di sottolineare la stupidità di certe situazioni musicali.

MM - Cosa ricordi dei Centro d'Urlo Metropolitano? Quali erano le aspettative e le atmosfere di quel periodo?

RFA - Centro d'Urlo Metropolitano è stato il primo nome dei Gaznevada, che sono poi stati, se si vuole, una grande delusione perché all'inizio sembravano i criminali del rock italiano, sembravano coloro che potevano fare a fettine i luoghi comuni del rock'n'roll con delle proposte decisamente nuove, decisamente diverse e decisamente alternative, in realtà poi si sono rivelati solo come dei modaioli un po' stupidi.
Le aspettative erano molto simili a quelle del punk inglese e in Italia si seguiva ed emulava quel movimento. Noi però dalla nostra avevamo l'ironia, il demenziale che mirava ad una piccola rivoluzione, a ribaltare le cose in musica, a far sì che la musica leggera potesse diventare anche interessante e non solo canzonaccie idiote alla Bennato e via dicendo.

MM - Sei passato attraverso gli anni 80 vivendo in prima persona l'esperienza della fine dei 70; cosa ha significato per te la rivolta estetico-musicale del primo punk e della new wave dopo la sconfitta del movimento del 77, smembrato dalla legislazione d'emergenza e dalla cosiddetta "eroina di stato"?

RFA - Il punk è stato un movimento decisamente innovativo ed interessante, senza dubbio l'avvenimento più degno di nota della seconda metà degli anni 70 e, come ripercussione, anche l'esperimento più originale nei primi anni 80.
Negli anni 80 ci sono stati parecchi cambiamenti e secondo me è fondamentalmente vera l'immagine che vuole gli anni 80 come la decade del riflusso, nel senso che rispetto allo scoppio di creatività degli anni 70, gli anni 80 sono stati decisamente anni di ripiegamento su sè stessi.
La fine dei 70 è stata l'era dell'esplosione, della ricerca, dell'innovazione e della sperimentazione; sono gli anni della rottura con gli equilibri preconfezionati del sistema piccolo borghese della società in cui si viveva allora; erano appunto gli anni del punk-rock con la sua ideologia del 'no future!'. Devo dire che il demenziale vi si accosta, forse impropriamente, logicamente nel senso che c'è una connotazione temporale molto forte e siamo nati più o meno nello stesso periodo.
Però il punk ha fatto le sue radici su quest'apocalittica ideologia del 'no future!', di un nichilismo di fondo, di questa sicura sensazione che non c'erano possibili futuri rosei. E rispetto agli anni 60 il punk ha ribaltato tutto: non c'è nessun futuro, non raccontateci balle, non abbiamo possibilità all'orizzonte etc. Col tempo questo nichilismo si è rivelato molto pericoloso e dannoso, perché poi il nichilismo vero e profondo non può che portarti ad un vicolo cieco, non hai più sbocchi né prospettive e ti rimane solo il suicidio - come nel caso di Sid Viscious, Ian Curtis o Kurt Cobain.
Voglio dire che l'esasperazione nichilista non va oltre l'annullamento di sè stessi.
Il rock demenziale, un po' figlio del movimento studentesco e della scoperta dell'ironia come Nuovo Linguaggio, ha sempre avuto dalla sua parte anche l'uso della comicità e dell'umorismo come carta vetrata, come grimaldello per forzare una realtà certamente negativa e priva di prospettiva come il punk giustamente faceva notare.
Il rock demenziale aveva nell'ironia e nell'umorismo la capacità di rispondere a questa noia e a questa forte disperazione, nel senso che l'ironia e l'autoironia rilanciavano la voglia di resistere. E parlo di resistenza ferrea, pura, alla difficoltà del vivere, all'angoscia del quotidiano e alla mancanza di prospettive e di valori nel mondo piccolo borghese: ebbene, l'impulso sardonico diede una grande spinta.
Noi oggi leggiamo Cuore, ma prima c'è stato Tango e prima ancora non bisogna mai dimenticare Il Male, che è stata la rivista antesignana, che per prima ebbe il coraggio di adottare uno stile satirico molto radicale, molto forte, molto risoluto, decisamente alla carta vetrata.
Noi siamo figli del Male, perché abbiamo trasposto l'ironia sarcastica, il sarcasmo velenoso, al vetriolo, di quella rivista nella musica rock.

MM - Skiantos e tutte le altre esperienze legate alla fatidica ondata bolognese del 77 avevano come scopo anche quello di sovvertire i rapporti canonici tra artista e fruitore, nonché di disturbare la passività di un "pubblico di merda che applaudiva per inerzia".
Come vedi oggi il pubblico: più smaliziato, più ricettivo, più annoiato o ingenuo come allora? Gli Skiantos riescono ancora ad oltraggiare la platea?

RFA - Noi abbiamo tirato la verdura al pubblico per dire che il pubblico stesso non doveva rimanere ancorato e fissato nel proprio ruolo di spettatore passivo e inerte, perché sia l'applauso che il fischio fanno comunque di te uno spettatore passivo.
Allora noi volevamo imbastire un gioco che ci permettesse di superare la distanza tra artista e audience; per questo tiravamo verdura marcia e oggetti non contundenti - però comunque molto provocatori, fischiavamo il pubblico insultandolo. Il gioco è stato da subito molto frainteso, per cui abbiamo smesso di farlo, anche perché ogni bel gioco dura poco, ma soprattutto era nostro interesse modificare e rimuovere certe strutture del nostro live act.
Devo dire che per certi versi il pubblico di oggi mi sembra più smaliziato, ha visto e sentito molte cose, ha già vissuto parecchie situazioni - parlo ovviamente del pubblico più attento -, ed è anche spesso annoiato proprio per tale frequente sensazione di aver già visto e sentito tutto. Va anche aggiunto che il pubblico nuovo, delle giovani generazioni, a volte mi sembra estremista della normalità, mi sembra che abbia deciso di fare della normalità il proprio logo, il proprio modo di essere, il proprio marchio distintivo, spingendola talvolta all'estremo.
Noto che in realtà, rispetto agli Skiantos, c'è una platea molto particolare; un pubblico che decide di venire a vedere e sentire gli Skiantos è comunque un pubblico che fa una scelta molto radicale e particolare, ed è sempre una fascia di persone particolarmente sveglie.
Il pubblico medio, generale, mi sembra invece - ahimè! - estremista della normalità, oggi più di allora.

MM - Le vostre prime performances presentarono soluzioni davvero deliziose e molto orticanti all'interno dei dogmi dello scenario spettacolare italiano; i vostri siparietti erano davvero perfidi, irrispettosi e di chiaro stampo dada-situazionista. Oggi invece vi trovo molto più condiscendenti verso le platee, mi sembra che il livore iniziale e l'ironica ferocia si siano progressivamente cristallizzati, fors'anche perché si è raggiunta una qual certa complicità tra voi e l'altra parte. Cosa vi ha fatto optare per una simile svolta? Perché questo radicale cambiamento in progress?

RFA - Perché il passo successivo, andando avanti per questa strada, era sparare al pubblico, vomitargli addosso senza finzioni, la prossima mossa era scaraventare le casse dell'amplificazione addosso alla gente, frustare il pubblico alla lettera. Significava passare da un piano figurato ad uno molto letterale, reale, anche violento, cosa che non ci apparteneva, e quindi arrivare al lancio di oggetti contundenti e ferire materialmente il pubblico; in realtà ci interessava la ricerca di nuove formule di provocazione, stavamo e stiamo cercando altre strade.
Forse ci sono stati periodi "più raffinati" di provocazione, nei quali abbiamo scelto formule più eleganti e quindi siamo passati dall'insulto trasversale ad un'operazione anche più letteraria, avvenuta con il mio declamare una serie di poesie comico-demenziali, con il far leva su un assurdo più letterario, in qualche modo. Siamo passati a sublimare da un certo punto di vista la nostra violenza anche perché il bello del gioco è che esso non diventi ripetitivo...
Proseguendo su quella strada, la ripetitività prima e la noia di essa poi non ci avrebbero dato altra scelta che lanciare oggetti sempre più feroci, sempre più pesanti e pericolosi, ed imbastire una vera e propria guerra.

MM - Questo cambiamento è avvenuto anche da un punto di vista musicale: tecnicamente siete più curati, i testi sono sempre meno scanzonati e comunque più ironici che demenziali tout-court, sembra quasi che abbiate deciso di abiurare lavori quali 'Kinotto', 'Inascoltable' e 'Mono tono'... cosa è successo?

RFA - Per anni la gente ci ha detto: «Ok, siete simpatici, siete divertenti, però non sapete suonare quindi non vi possiamo prendere sul serio, non vi possiamo dar credito perché non si riesce mai a capire se siete stupidi sul serio o se scherzate».
Di tutto questo noi ce ne siamo sempre sbattuti, ma fino ad un certo punto, nel senso che ad un certo momento della nostra storia è anche cresciuto il bisogno di dimostrare che il nostro, per quanto squinternato, era un gioco consapevole, che noi abbiamo giocato ad un livello molto basso - che secondo i nostri parametri era alto, ma che dovesse risultare volutamente basso agli occhi altrui - proprio per una scelta consapevole, che era quella dell'uso di una metafora; il grosso pubblico ci ha sempre preso alla lettera e ha sempre frainteso il discorso degli Skiantos, ci ha sempre preso per degli incapaci veri, mentre il nostro gioco in realtà era quello di fingere un'incapacità per dimostrare che il naïf, se onesto e scevro di velleità artistiche, produce qualcosa di più interessante del cattedratico.
A volte lo sgrammaticato è più profondo del forbito e dell'impeccabile, lo diceva anche Godard rispetto al cinema, lo ribadiva Truffaut.
Insomma, mi sembra che noi abbiamo fatto parte di quella categoria di artisti che ha sempre provato a partire da un livello intenzionalmente scadente per scambiare e sconvolgere le cose, ma possedendo anche al tempo stesso la capacità e la tecnica di farne delle altre. Col passare degli anni è cresciuta in noi anche l'esigenza di dimostrare un possesso tecnico considerevole, almeno per noi, per i nostri livelli; è cresciuta la voglia di creare prodotti più raffinati e dare al pubblico la consapevolezza che il cavallo da noi cavalcato non era poi così zoppo e che possedevamo le chiavi del gioco.
Con l'andare del tempo si cresce e si sviluppa la voglia di ricercare altri canali, altre esperienze, cresce il bisogno di non ripetersi e di percorrere sentieri più eleganti.
Se però hai presente il nostro ultimo disco, Saluti da Cortina, noterai che c'è stato un ritorno alla ruvidità sonora e tematica dei primi tempi.
A noi interessa soprattutto trovare una formula che ci permetta di esprimere al meglio le nostre potenzialità e che allo stesso tempo sia fedele alle nostre corde, in sintonia col nostro stimolo profondo di provocazione. Si tratta di trovare delle nuove entrate e delle nuove uscite; noi, oggi più che mai, non possiamo e non vogliamo cavalcare quello che abbiamo già fatto, sostenuto e praticato.
Abbiamo voglia di novità e forse questo è passato anche per momenti di rifinitura, di eccessivo arrangiamento, di troppa cura, ma faceva comunque parte della nostra ricerca, questo sondare tracciati di professionalità più ufficiale era voluto.
Ci siamo stancati di essere sempre considerati gli straccioni della situazione e abbiamo voluto dimostrare di possedere i mezzi e la volontà per proporre più ricchezza musicale. Abbiamo in qualche modo voluto dare una specie di schiaffo morale a quanti regolarmente ci fraintendevano e non ci sostenevano, o fingevano di sostenerci ma in realtà si orientavano verso altri artisti e dimostravano altre preferenze.
Quando tu sei molto provocatorio la gente crede che tu non sappia fare altro. Noi invece avevamo tutte le carte in regola, ma il pubblico simpatizzava ugualmente con gli Skiantos tradendoli poi regolarmente e disertandoli alla volta di prodotti più curati, rifiniti, tecnicamente più impeccabili. Anche gli Skiantos potevano offrirli, e così è stato.

MM - Ultimamente han fatto capolino alcuni testi che sotto sotto mi puzzano di moralismo e retorica; fermo restando che si tratta di personali impressioni e non di lapidari giudizi, siamo comunque sicuri che gli Skiantos, da acrobati della demenzialità al di sopra delle arti e delle parti non si stiano progressivamente mimetizzando da giudici o demagoghi?

RFA - Noi facciamo sempre quello che ci sentiamo di fare. Io resto dell'opinione che sono il meno indicato a criticarmi. Ti posso solo sinceramente dire, col massimo dell'onestà, quello che ci piace, le cose nelle quali ci riconosciamo.
Naturalmente non siamo perfetti né infallibili, e neanche immuni da qualsiasi tipo di retorica ed è possibile che talvolta ci siamo scivolati. Gli Skiantos hanno di bello che non puntano mai - o quasi - il dito contro niente e nessuno; facciamo semplicemente un discorso destinato a chi lo sa capire e accettare e ci piace esprimere ciò che abbiamo nella testa e nel cuore.
Non abbiamo però delle velleità di messaggio, di pistolotto retorico, di penetrazione subliminale, di grande espansione. Non vogliamo parlare alle folle, c'interessa esprimere pareri o sentimenti che caratterizzano un certo periodo della nostra vita, fermo restando che magari fra dieci anni la possiamo pensare esattamente al contrario.

MM - "Noi fingevamo di essere idioti e loro ci consideravano idioti effettivi; è stata una dura battaglia. Alla fine hanno vinto loro". Con queste parole hai dichiarato nei primi anni 80 - e lo hai ribadito poco fa - dove vi hanno portato le sabbie mobili dell'equivoco, di quel fraintendimento che il mettersi in gioco inevitabilmente - e necessariamente - comporta. A tre lustri di distanza gli Skiantos si sono presi la rivincita? Cosa succede, oggi, tra voi e loro? Che tipo di rapporti ci sono?

RFA - Le loro reazioni sono sempre molto interessanti; noi siamo sempre in una fase di ricerca e abbiamo stabilito che nella musica interessa un certo tipo di rock molto ruvido, radicale e corrosivo. Attualmente il rapporto col pubblico è buono, ai nostri concerti vengono i giovani, i giovanissimi che evidentemente hanno conosciuto gli Skiantos tramite i fratelli maggiori o i genitori, e che conoscono a memoria le nostre canzoni.
Si ripete però sempre la cerimonia dell'elogio agli Skiantos della prima ora; secondo me gli Skiantos di adesso hanno molte più cose da dire nonché molta più lucidità degli Skiantos di un tempo, hanno ancora una loro ragione d'essere, una loro forza comunicativa, una loro precisa validità ed è per questo che continuiamo e si va avanti comunque.
Il rapporto col pubblico è oggi molto dialettico, sempre molto intenso; non a caso molti osservatori e molti giornalisti affermano che il live act è la nostra facciata migliore, la più interessante. Detto questo, non me la sento però di cantare vittoria e di parlare di rivincita; a tutt'oggi siamo molto equivocati. E' incredibile quanto il pubblico medio sia sconfortante, decerebrato, microcefalo, poco informato, poco attento, poco spiritoso e molto permaloso, sempre meno disponibile allo scherzo, all'autoironia, all'ironia in generale... con tempi così seriosi non credo gli Skiantos siano i favoriti sui quali scommettere per la vittoria di questa battaglia.

MM - Voi a partire dal nome anticipate la volontà di fare della provocazione e dello stridore le vostre fondamenta: Skiantos indica foneticamente e concettualmente la rottura e la collisione. C'è più forza d'urto nello humor o nella rabbia?

RFA - Si può provocare anche usando dell'umorismo molto raffinato e neanche tanto fra le righe. Prendi una canzone come 'Preferisco morire': è molto radicale nella sua esibizione di contrapposizione ed alterità, di opposizione che sfocia nella smania suicida ma tra le righe, con un certo savoir faire, dice delle cose molto provocatorie... evidentemente abbiamo avuto bisogno di ricorrere a questo tipo di provocazione e di diventare...[ci pensa un po' su] ... non meno diretti e neanche più immediati, ma di approfondire di più l'importanza dei testi, per esempio, di scrivere qualcosa di più meditato, forse meno diretto ma più riflettuto, più pensato, e non solo "ti spacco la faccia, ti vomito in bocca, ti sbudello"...
Quando fai questo per anni ti viene poi voglia di cambiar pagina.

MM - Quanto hai attinto da riferimenti artistici quali dadaismo, surrealismo, brut art, anche in merito alle poesie che sciorini ad ogni esibizione?

RFA - Tantissimo; quelle correnti le ho amate e studiate molto a scuola. Ho fatto il DAMS e mi capitava spesso di soffermarmi sulle avanguardie artistiche dei primi del '900, quindi futurismo, dada e surrealismo come retaggio degli ultimi decenni ottocenteschi.
Mi hanno affascinato enormemente col loro essere decisamente innovative, sono stato molto attento alla loro violenza linguistica, alle loro sforbiciate espressive. Ho cercato, dopo tale forte interesse, di trasporre a modo mio tali caratteristiche nell'operato degli Skiantos. Ovviamente a modo mio, perché credo che un artista abbia l'obbligo di essere originale, in qualche modo e di immagazzinare le informazioni, le immagini e le intuizioni dell'arte per poi rielaborarle a modo proprio, secondo i filtri della propria sensibilità, se no è un copista tra i tanti, non certo un'artista vero e proprio... Ecco, io penso che gli Skiantos abbiano fatto questo sforzo di render proprie tutte le tensioni artistiche del primo novecento, rielaborando tali avanguardie anche attraverso la cultura contemporanea, che passa attraverso la pop art dei sixties...

MM - E avete anche vissuto il situazionismo, se non erro...

RFA - A modo nostro sì; abbiamo inciso i primi dischi per la Cramps, etichetta cosiddetta "alternativa" degli anni 70 di Milano, che aveva in Gianni Sassi il direttore artistico che era un'attivista situazionista; conosceva bene Yoko Ono e moltissimi esponenti di quel movimento di cui abbiamo anche noi fatto parte, tramite lui.
Abbiamo avuto piacevoli contatti e assaporato questa folgorazione culturale con la quale ci trovavamo in sintonia.
E devo dire che il tutto è stato poi rivisitato con una sensibilità molto Skiantos, molto contemporanea e molto nostra, come sempre deve essere in campo artistico; l'artista assorbe 1000 segnali e poi li deve rielaborare per proporre un Segnale proprio, originale ed esclusivo.

MM - Stando in tema di rapporti con il pubblico, tu sul palco tendi sempre a denigrare i fans e a ridicolizzare soprattutto il mito della rockstar con il suo bagaglio di rapporti-tipo che possono instaurarsi tra fanatico sfegatato ed esaltata e capricciosa star: la vedo molto come una sorta di esorcismo contro il divismo, come un voler smorzare, se non liquidare, idolatrie sproporzionate nei tuoi/vostri riguardi...

RFA - Senz'altro. E lo faccio sempre, perché questa è l'essenza degli Skiantos; se non ci fosse questo messaggio che passa credo che non avremmo più ragione di esistere, nel senso che gli Skiantos vogliono proprio demolire il divismo in tutte le sue forme, vogliono far capire che l'artista non è che un uomo come tutti gli altri, che non è assolutamente il caso d'idolatrare nessuno.
Il punk questo l'ha messo in luce, spingendo però le cose sempre all'eccesso, quindi sputando molto e distruggendo tutto. Io penso che sia più che giusto minare comunque le fondamenta dell'idolatria, dell'artista che è dio perché sta su un palco o ha inciso un disco... certo, c'è nell'artista, proprio per il fatto di proporre qualcosa e di opporsi coraggiosamente in prima persona e senza veli, un fattore che lo rende particolare, un che di speciale, una marcia in più, ma non per questo è da ritenersi giustificata l'idolatria.
Noi prima, durante e dopo un concerto vogliamo avere un rapporto molto diretto, molto poco mediato con il nostro pubblico, vogliamo parlare alla pari con la nostra gente, vogliamo decisamente rompere con tutte le mitologie ed i loro rituali, coi miti dei riti e i riti dei miti, con le prassi di un concerto rock classico, dichiarando però che si tratta di un gioco fatto con la consapevolezza e con il consenso di stare lì a giocare.

MM - Nonostante i tuoi tentativi di smussare tali fanatismi, ti capita ancora oggi di avere dei problemi con qualcuno che ti pone al di sopra di tutto e di tutti?

RFA - No, per fortuna. Io penso, credo... spero, di essere sempre piuttosto lucido rispetto all'insidia del divismo, non mi sento assolutamente una rockstar né credo alle false mitologie del divismo.
Se l'artista ha qualcosa di speciale, tale caratteristica non deve scadere in dialettica idolatrica, in nessun caso e in nessuna forma. Tanto più che l'artista è spesso un essere umano più fragile della norma, molto più spaventato ed angosciato rispetto alla media degli esseri umani.
Quindi essere artisti non è sempre un vantaggio, è spesso molto scomodo ed imbarazzante; si tratta di uomini dai tanti difetti, dalle tante ansie, dai tanti handicap psichici - nel senso di difficoltà comunicative -, dalle tante paranoie... fondamentalmente sono esseri umani come tutti gli altri. Non è detto che l'etichetta "artista" sia una valida ragione per essere messi su un piedistallo: se mi ci mettono, io lo lascio il momento dopo.
Io detesto ogni forma d'idolatria.

MM - A tuo avviso cosa genera l'impulso secondo il quale una buona maggioranza del pubblico ha più bisogno di dei che di persone?

RFA - Deriva dalle frustrazioni personali e dal fatto che il pubblico ha bisogno di pensare che chi sta sul palco si diverte maggiormente e conduce chissà quale vita più intensa ed interessante. C'è bisogno di avere un punto di riferimento e "un personaggio" è il bersaglio primo, perché l'artista suggerisce un modo di vivere diverso.
C'è bisogno di avere informazioni diverse dalla noia del quotidiano, stimoli che esulino dal tedium vitae, c'è bisogno di evadere: da qui la necessità di credere che l'artista sia una divinità e non un uomo. E tutti ne sono tristemente illusi, è ciò a cui tutti pensano: le alternative, i sentieri alternativi, altre strade rispetto alla piattezza deprimente del day by day, strade che molti si credono impossibilitati a percorrere con le proprie gambe.

MM - "Esplorare il lato comico del tragico e quello tragico del comico": puoi approfondire questo concetto per chi magari non l'avesse ben compreso leggendolo nel tuo libro 'Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti'? Credi sempre che l'humor implichi necessariamente la tragedia e viceversa? E ancora: credi che l'ironia sia un passe par tout oppure ci sono soglie che a tuo avviso non possono essere valicate?

RFA - L'umorismo è fondamentale per resistere alla noia, alla depressione e alle angosce della vita. Credo che l'ironia e la comicità, quando vere, quando autentiche, siano davvero importanti. Tragedia e comicità sono solo la testa e la croce della stessa moneta. Nella vita ci sono gravissime tragedie accostate però da momenti ilari molto forti, istanti brevi, magari, ma di grande comicità che ci aiutano a non soggiacere alle crisi. Certo, non si può sempre riderne; ci sono tragedie tali nell'esistenza che riderne diventerebbe essere cinici, calcare il pedale dell'impietosità all'estremo.

MM - Il cinismo però, a suo modo, non è altro che una forma di comicità...

RFA - Il cinismo è una forma di comicità a volte sana, sacrosanta, che ti permette di sopravvivere , però non sono convinto che sempre e comunque nella vita si possa o si debba ridere, ma laddove si riesce a ridere di sè stessi il cinismo si depura. Ecco, l'autoironia è un esercizio fondamentale di demolizione del proprio ego; ti permette di prendere le giuste distanze dalle tue sovrastrutture, con le tue supponenze, con le tue false certezze e con le tue falsità generali che magari spacci come criteri inopinabili ed assoluti, con il tuo superstimarti e compiacerti persino dei tuoi difetti. L'autoironia è seria autocritica, credo ce ne sia un gran bisogno per tutti. Ridere di sé è un esame di coscienza; per questo sono molto affezionato alla comicità in tutte le sue sfumature.
E poi non scordiamoci che il comico è un grande esorcista che aiuta a scongiurare le tristezze e le fatiche del vivere anche e soprattutto quotidiano: sono più che convinto che la comicità sia davvero preziosa, unica e rara.

MM - Con essa si è liberi di fare e dire ogni cosa oppure ci sono delle zone che devono rimanere off-limits per tutti?

RFA - No, non ci sono dei veri tabù, anzi direi che la comicità serve a ridere di essi. Con l'ironia ci si può sbizzarrire in ogni campo, anche se a volte nella vita - e qui dipende dalla sensibilità individuale - ci sono momenti in cui è estremamente difficile ridere ed è quasi impossibile far suscitare il sorriso. Però pregiudizialmente non penso all'intoccabile, all'invalicabile: ogni cosa è passibile di derisione.

MM - Credi sia davvero uno sbagliato e consunto cliché l'assioma "l'arte nasce dalla sofferenza"?

RFA - Anche se così stava scritto ne 'Vademecum per giovani artisti' non lo penso veramente. Anzi, penso sia più che fondato che le migliori intuizioni artistiche scaturiscano dalla sofferenza, ma non solo: ci sono 1000 sfaccettature, 1000 aspetti del problema... l'arte può nascere soprattutto dal dolore, ma non solo; nasce da 1000 stimoli, dall'intuizione, da un innato talento personale, da una particolare capacità osservativa, dalle constatazioni, anche da una certa capacità attitudinale di riconoscere l'assurdità del vivere. Nasce quindi da 1000 e più pretesti.
La sofferenza non deve essere adottata come appiglio e stereotipo romantico per dire che l'artista deve sempre e comunque essere confinato necessariamente nella tristezza, nella povertà, nelle angustie e nelle ambasce, nella difficoltà e nelle lacrime.
Non credo che l'artista debba per forza esser tenuto nelle paranoie, nell'angoscia e nella miseria per produrre meglio o per essere più prolifico.

MM - E' allora che si trasforma in luogo comune...

RFA - Certo, soprattutto se spinto all'eccesso. Non per questo si può però negare che anche da un'estrema sofferenza e dalle difficoltà possa nascere il genio.

MM - Nella creatività poni una netta linea demarcatoria tra il buono e il cattivo gusto o credi che quello che fai stia al di là delle regole, del lecito e dell'illecito, della bontà e della cattiveria, dei divieti e degli obblighi?

RFA - Beh, in arte è estremamente difficile segnare i confini; in ambito creativo è tutto vero come è tutto falso, quindi nell'arte è estremamente improbabile e soggettivo fissare dei limiti e dei codici regolamentari. Esiste un'oggettività nel senso che ci sono sempre i principi, i gusti e le soluzioni che sono o possono sembrare anche più generali ma che in linea di massima vengono stabiliti in maniera molto individuale e personale. Poi, a livello generale, esistono delle intuizioni nelle quali molti più o meno si riconoscono e dimostrerebbero che l'arte è anche un qualcosa di oggettivo; però fondamentalmente l'arte è sempre una questione soggettiva, sia per gli autori che per i fruitori.
Naturalmente si tratta di un dubbio-dibattito lasciato aperto, destinato a non risolversi mai: l'arte come indice oggettivo o soggettivo è una disputa sulla quale hanno battuto forte la testa - e si stanno ancora scambiando opinioni ed improperi - esteti, filosofi, tuttologi, critici e artisti di tutto il mondo e di tutti i tempi.

MM - E' più complicato o più facile, oggi, ridere e far ridere?

RFA - Non so bene come risponderti, perché credo che non ci sia mai il problema di oggi rispetto a ieri o di "più facile/ meno facile", è invece questione di talenti, d'intuizione, di predisposizioni alla risata e di chi la vuole provocare.
Se una persona ha talento ed ha un'ottica ilare delle cose spesso trova uno scudo per difendersi dalle angustie e dal taedium vitae. C'è la famosa comicità ebrea, dove gli ebrei degli Stati Uniti da anni hanno imparato a ridere delle loro disgrazie ed in particolare, negli ultimi decenni, s'è sviluppato questo tipo di comicità chiamata ebraica che ha degli esponenti egregi.
Mi vengono in mente i Fratelli Marx, che facevano risaltare il lato comico e paradossale dell'esistenza... tutto dipende dal fatto che le persone siano portate e disposte a cogliere le sfumature spiritose, non credo sia questione di periodi né di predisposizioni sociali, quanto di qualifiche caratteriali, dal modo di vedere le cose dei singoli individui, dal modo di tirar fuori la comicità da sé stessi, indipendentemente dall'epoca.

MM - Quali sono i meccanismi che hanno ossidato gran parte della spontaneità e della genuinità dell'ironia e che tendono a falsare sempre più il piacere della risata e della comicità?

RFA - Gli show televisivi... tutte quelle risate preregistrate, il pubblico pagato per ridere rendono penoso e sciapo ciò che dovrebbe essere fonte di divertimento.
La televisione ha tanti meriti ed altrettanti pregi ma anche moltissime pecche, tra le quali quella ricorrente, incurabile, di appiattire verso il basso, generalizzare... basandosi sul dovere di piacere a una fascia più possibile vasta di audience il mass media banalizza, sceglie deliberatamente di essere anche stupido, volgare, gregario... a volte arriva perfino a compiacersene. Per cui anche la comicità peggiora, si uniforma verso il basso, diventa più barzellettiera; dico questo senza aver nulla contro le barzellette, che spesso sono esilaranti.
Per far ridere molto spesso si ricorre allo strumento e al meccanismo più facile.

MM - "Italiano Ridens" denuncia l'insofferenza verso l'epidemia parolacciara e verso quella volgarità giostrata al solo fine d'incrementare l'audience; è però curioso ricordare che voi stessi avete spesso e molto volentieri fatto ricorso al verbo e al gesto offensivo e grossolano...

RFA - Naturalmente noi da sempre adoperiamo un tipo di comicità che a volte vuole essere provocatoria e ripiega necessariamente sulle gesta più spicciole, però noi siamo un altro pianeta e non vogliamo né dobbiamo incantare nessuno, non usufruiamo del sostegno televisivo, non abbiamo il pallino dell'audience di cui preoccuparci.

MM - Credi che la parolaccia abbia un suo preciso rigore, una sua determinata vitalità ed una sua propria eleganza all'interno di un contesto creativo?

RFA - Dipende da come la si usa, da come la sistemi, da quanto e perché può essere liberatoria. Come ogni arma, anche la parolaccia è a doppio taglio; talora si rivela utile, talaltra è criminale.
Una battuta può servire per chiarire delle cose, così come può essere bieca e gratuita.
La barzelletta goliarda che faccia ridere secondo l'esempio di "cazzofigaculotettemerda" è vincente, visto e considerato che gli italiani si ritrovano ad essere un popolo talmente represso da ridere non appena sentono una cosiddetta parola sporca... moriamo dal ridere nel sentire parole come 'cazzo' o come 'rottoinculo' oppure 'pompino'... colpa del cristianesimo. Ci ha represso a tal punto che basta un po' di turpiloquio a scatenarci l'ilarità...

MM - Ritornando in tema di sofferenza, quanto c'è di effettivamente autobiografico in alcune tue liriche che, a parer mio, sono molto più intrise di spleen ed opaca malinconia che di umorismo? Parlo ad esempio di 'Nostalgia della miseria', 'Fate piano', 'Non voglio più', 'Gelati'...

RFA - Si... devo dire che tu hai giustamente colto la tristezza e la depressione di queste liriche mentre parte del grosso pubblico ha molta difficoltà a capire che molto spesso gli Skiantos fanno sul serio parlando anche di dolore e di disperazione.
Questo perché l'immagine generale contro la quale gli Skiantos vogliono combattere è quella di ridanciani ad oltranza, degli Skiantos visti come clown, come jolly, come buffoni di corte e del popolo legati in maniera immarcescibile ed eterna in questo ruolo, ed è per questo che si cercano nuove strade, per riprendere le tue scorse domande sul perché del nostro drastico cambiamento...
E' vero, siamo molto fraintesi e spesso parliamo anche di tragedie come in 'Frontale' o 'Preferisco morire'; a volte le nostre canzoni sono storie che parlano di drammi molto forti, molto pesanti come ad esempio in 'Riformato', che è la storia di una persona esaurita che si fa esonerare dal servizio militare perché dietro vive tragedie da psicopatico che mi riguardano personalmente, nel senso che io mi sento psicolabile non di rado e, anzi, lo sono sicuramente.
Si, devo dire che non sbagli nell'osservare la componente autobiografica di certe canzoni che partono da sensazioni ed emozioni strettamente personali e hanno poco o niente a che vedere con la risata.

MM - Ritieni dunque che debba esserci una dissoluzione tra quello che si è e quello che si fa?

RFA - Non occorre essere o diventare prigionieri del proprio personaggio, no? Però arte e vita sono, nei casi autentici, molto intersecate - se non adiacenti - ; vanno poi distinte perché può essere pericoloso per l'artista confondersi col proprio personaggio per cui a volte occorre prendere una bella distanza salutare per la sopravvivenza psichica.
Resta sicuramente vero dire che l'arte e la vita sono intimamente connesse, fortemente intrecciate. E' inutile e stupido parlare di cose che non si conoscono. Se nelle canzoni tu tratti certi argomenti devi davvero viverli o rapportartici in maniera molto seria, è indispensabile averli sofferti, essere entrati in loro. Spesso viene spontaneo riporre e proporre nell'arte la propria esperienza personale magari sublimata, molto filtrata, ritrattata e modificata; è tipico di molti artisti contemporanei... del resto è proprio la vita a sussurrarti all'orecchio quei suggerimenti e quelle intuizioni sempre sfruttabili su piano artistico.

MM - Non posso fare a meno di chiederti quanto di Freak c'è in Roberto e quanto di Roberto c'è in Freak? Si tratta della medesima entità?

RFA - Direi che tali immagini e tali personalità si sovrappongono: Freak entra in Roberto e Roberto passa per Freak. Sono due persone intimamente e indissolubilmente legate. Anche se, ripeto, spesso ci sono delle distanze da prendere: io non voglio vivere il personaggio Freak secondo stereotipi artistici, quindi quando serve ne sto alla larga... però di certo Freak e Roberto sono uniti nella buona e nella cattiva sorte finche morte non li separi.

MM - Sulla base di questa dichiarazione vorrei sapere se hai mai architettato scherzi particolarmente beffardi, bizzarri, atroci... sotto con gli aneddoti!

RFA - Non ricordo di aver fatto scherzi particolarmente degni di nota. Mi riconosco nell'universo ironico, ma non sono un burlone, non sono il tipo che pianifica scherzi a tutt'andare. Se devo e se voglio, mi piace abbandonarmi all'intuizione estemporanea, all'estro del momento.

MM - Curioso, perché di per sè gli Skiantos sono stati uno dei tiri più mancini giocati al mondo musicale italiano...

RFA - In questo senso ti do ragione, ma non sono un militante dello scherzo, non sono il burlone della compagnia, non perdo il sonno per inventare beffe o per scegliere vittime, costruire chissà quali congegnerie... Ripeto, mi piace lasciarmi andare, lasciare che le cose vengano, se devono venire, da sè.
Gli Skiantos sono invece stati uno scherzo programmato, un progetto definito e preciso in cui si voleva scherzare facendo però risaltare, tra le righe, delle note estremamente serie. Molto più serie, a nostro avviso, delle sparate di certi cantautori o di certi presunti poeti che pretendono di essere terribilmente solenni e che finiscono per diventare solennemente patetici.

MM - La nascita degli Skiantos ha immediatamente aperto un varco a decine - se non centinaia - di altri gruppi legati al demenziale - credo più per calcolo e per moda che per genuina vocazione o per la voglia di trascendere l'aspetto musicale - ed oggi vantate più di un tentativo d'imitazione dal quale diffidare. Ti lusinga o ti rammarica che gruppi quali Elio e Le Storie Tese, ricalcando e riciclando furbescamente - quando non impossessandosene indebitamente - idee e atteggiamenti coniati da voi ora abbiano raggiunto la vetta?

RFA - Beh, si, siamo naturalmente indispettiti e molto invidiosi però la cosa ci rende anche particolarmente orgogliosi e ci fa piacere, nel senso che è la dimostrazione lampante, evidente, incontrovertibile ed incontestabile del fatto che le nostre intuizioni potevano avere, come noi abbiamo in fondo sempre pensato, anche un risvolto in qualche modo larghissimo, di successo, un riconoscimento ufficiale a posteriori, un consenso riflesso; perché secondo me il demenziale, il deridere continuamente gli idoli, le rockstar, il pubblico, il mercato discografico, i rapporti tra essi è una cosa che riguarda le nuove generazioni, che vogliono sempre stroncare i mostri sacri dei propri padri, le grandi figure storiche e i beniamini dei genitori e dei fratelli maggiori.
Ed in questo senso il rock demenziale capita a fagiolo, perché è per natura dissacrante; dissacra ogni volta il nuovo mito... ecco perché le nuove generazioni tendono ancora a cavalcare la moda del demenziale che a questo punto è da ritenersi al di fuori delle mode, facendo leva sull'ironia e sul sarcasmo si esula dal trend, la risata sta al di fuori dalle epoche proprio in quanto linguaggio universale, sempiterno, accessibile.
Elio e Le Storie Tese sono solo la dimostrazione del fatto che il demenziale può anche pagare. Noi siamo stati i primi, quelli che hanno rotto il ghiaccio e naturalmente non possiamo che essere molto invidiosi del loro raccogliere i frutti a piene mani di quello che è stato il nostro frutteto, di quella che è stata una nostra fatica di rottura; ma d'altro canto ci fa anche piacere vedere che l'idea ha funzionato ed è - consentitemelo, consentimelo - l'idea degli Skiantos.
Checché ne dicano Elio e Le Storie Tese gli inventori del demenziale sono stati gli Skiantos e, ahiloro!, essi fanno rock demenziale!

MM - Tra le decine di gruppi sorti in quest'ultima decade e all'inizio degli anni 90 ne vedi qualcuno in particolare che ha maggiormente catalizzato il tuo piacere e il tuo interesse?

RFA - Si, e va detto che gli stessi Elio e Le Storie Tese hanno dalla loro delle canzoni molto belle, altre invece non vanno oltre la goliardia e sono alquanto povere di contenuti. Ma ci sono altri artisti migliori; a me ad esempio piace molto l'intelligente e raffinato umorismo di Marco Carena; mi piacciono Edipo e il suo Complesso, gruppo poco conosciuto ma interessante di Prato. Mi piace l'Ottavo Padiglione di Livorno, mi sono anche piaciute certe cose dei Pitura Freska.
A Roma va segnalato Sandro Oliva and the Blue Pampurios, ennesimo gruppo tanto sconosciuto quanto attivissimo da anni che fa degli esperimenti demenziali molto zappiani ma decisamente intriganti.
C'è il gruppo di Stefano Disegni, Il Gruppo Volante, che ha delle infiltrazioni demenziali - anche se non troppe -, conosco un gruppo barese chiamato Gruppo Sanguigno che opera sullo stesso piano.
Ce ne sono a iosa sparsi in tutta Italia, tutti sconosciuti o quasi, ma non per questo indegni di nota.
Ben vengano l'ironia, l'autoironia e l'umorismo; li ritengo e li riterrò sempre più illuminanti della banalità della canzonetta da hit parade della musica leggera italiana tradizionale.

MM - Fuori dall'area demenziale invece chi/cosa ti è piaciuto particolarmente?

RFA -Il primo Sergio Caputo mi è piaciuto molto; non capisco perché poi lui si sia - mi permetto di dirlo senza offesa e con la massima simpatia e il massimo rispetto - involuto. Forse si è scontrato anch'egli con realtà difficili e problematiche, ma i suoi primi dischi sono a parer mio assolutamente geniali. Io sono l'autore della parte letterale, come sai curo i testi quindi sto particolarmente attento alle parole.
E testi geniali in Italia non ne sono certo mancati, pensa solo a Mogol e Battisti su tutti...
[non abbiamo capito se Freak abbia ironizzato o detto seriamente, vista la sua spietata critica verso la canzonetta, N.d.A.]
Mi sono piaciute tantissimo alcune cose di Paolo Conte, per non parlare di alcuni nuovi gruppi rock che hanno sfornato soluzioni egregie...
Penso si stia risvegliando la scena musicale italiana.

MM - Gli Skiantos non sono mai stati una gabbia per te: hai messo in piedi i Vortici, hai avuto uno spazio in un programma televisivo [Mister Fantasy, N.d.A.], ti sei spesso mosso in privato [tra i suoi lavori come solista e produttore il cofanetto di cinque 45 giri - oramai introvabile - "L'incontenibile Freak Antoni"], ti sei spostato verso esperienze creative parallele quali la sporadica militanza in altri gruppi e il giornalismo [scrivendo articoli per i periodici Frigidaire e Selene, N.d.A.], a piena conferma dell'importanza di non diventare un disco che s'incanta. In che ottica devono essere considerati i Pollock: sono un'esperienza completamente a parte o si tratta di un prolungamento del tuo tracciato sarcastico-demenziale?

RFA - Si tratta di un esperimento a sè stante. I Pollock sono un gruppo di amici nato dalla comune passione per le arti figurative, in particolare pittura, fotografia e scultura.
Sono nati in treno, durante un viaggio di ritorno da Torino, dove avevamo visto insieme una mostra di Keith Ering, un americano graffittista; parallelamente eravamo reduci da una mostra fotografica di Alessandro Rivola, che aveva fatto un allestimento che perseguiva un discorso rivolto alla massificazione, con un parallelo che vedeva l'uomo molto simile al pollo d'allevamento nella società contemporanea.
Quindi, partendo dall'emblema del pollo che ricorda molto l'essere umano inserito nel sociale con i suoi obblighi, i suoi doveri e i suoi diritti minimi rispetto agli obblighi e ai doveri che ha, e coniugando il tutto con l'assonanza del nome dell'action painter americano, abbiamo costituito un gruppo che si chiamava Pollock e che proponeva dell'action-music.
E' stata un'esperienza molto più vicina all'artistico, al figurativo, totalmente slegata da altri progetti e da aspetti ludici, che va avanti tuttora, indipendentemente dalla mia collaborazione.

MM - Che ne è stato dei Vortici e degli altri gruppi da te formati nella scorsa decade?

RFA - Alcuni sono andati avanti, altri si sono arenati. Beppe Starnazza e i Vortici erano un esperimento molto estemporaneo, che si è fermato in breve tempo. Astro Vitelli era lo pseudonimo del poeta e quello è invece un personaggio che ho sviluppato, perché contemporaneamente ho lavorato nel teatro comico o cabaret che dir si voglia con formula desueta, superata, un po' obsoleta - ma se vuoi la utilizziamo, per comodità - e soprattutto scrivo, è qualcosa che mi piace tuttora approfondire.
Lo faccio quotidianamente, mi mantengo in esercizio costante, mi serve per fermare i pensieri, per dar loro ordine e per avere una forma mentis più quadrata, per riordinarmi le cose e per punteggiare e scandire meglio le fasi della mia vita e del mio pensiero.

MM - Cosa pensi dei tantissimi centri sociali autogestiti/occupati fioriti in questi ultimi anni? Soprattutto, per te che in qualche modo sei un self made man, cosa pensi del modello di autogestione come nuovo mezzo produttivo ed alternativo al grande mercato? Credi sia possibile l'unione di una sfera pubblica e una privata in un modello che defenestri il sistema dei partiti e delle associazioni istituzionali? E' possibile, secondo te, unire - anziché alienare - il tempo della vita privata e quello del lavoro in una sorta di "progetto politico nuovo"?

RFA - Ritengo che i centri sociali siano l'unica grande vera novità di questi ultimi anni, credo che a livello di proposta sociale collettiva siano importanti per le idee, le possibilità e le prospettive sempre interessanti che sfornano.
Mi sembra che i centri sociali siano la realtà di comunicazione più attiva, più intensa ed attraente di questi ultimi tempi; credo e spero che abbiano un futuro, se riescono ad organizzarsi quel minimo, ovviamente svincolandosi da tutti quei modelli imprenditoriali che adesso vanno molto di moda. Auspico una loro organizzazione più razionale per poter essere sempre più validi come centro di gravità culturale; i centri sociali possono davvero essere ampliati ed avere una funzione socializzante davvero importante per il futuro.

MM - Avete di recente contribuito alla realizzazione di un cd atto a rispolverare le arie e le atmosfere della Resistenza. Ha ancora un senso oggi parlarne o si tratta solo di sterile nostalgia? Non credi che ripristinare certe cose sia ridicolo, oltrechè anacronistico? Ormai è pieno di pseudo-movimenti e altre ammuffite caste che venerano ancora fossili ideologici quali la controcultura, l'anarchismo... Tu stesso in 'Sono contro!' schernivi l'antagonista, l'oltranzista, il fazioso, il dissociato....

RFA - No, no! Non si tratta di sterile nostalgia, non per quel che riguarda me.Non scordiamoci che la Resistenza ha un valore ben preciso, ha avuto certamente un significato. Poi è vero che esiste la retorica della Resistenza, noiosa e inutile come qualsiasi retorica, però di per sè la Resistenza ha un valore collocabile nel suo essersi fatta portavoce e fiero difensore di valori che sono, per me, importantissimi. Tale termine lo intendo anche in senso lato, vicino all'accezione datagli dalla rivista Cuore; resistenza umana, al nuovo fascismo, al neonazismo, alle rinvigorite intolleranze, alla noia e al degrado della vita, sopperibili con una certa dose di umorismo. Ci tengo ancora una volta a mettere in luce quanto l'umorismo possa essere una forma cosmica di resistenza.
In 'Sono contro!' c'è una presa di posizione che se vuoi è la rivisitazione attuale, la logica ideale prosecuzione di 'Largo all'avanguardia!', che esprime una radicale posizione individuale, individualista. Riguardo le insofferenze da te espresse, è vero che la gente troppo spesso si coinvolge e s'autointrappola in superflue questioni di pura retorica, però non è detto che siano solo questi i bersagli verso i quali convergere le proprie forze.
Personalmente ho altre insofferenze e del resto, come ogni altro sentimento, anche l'astio è relativo; ognuno si sceglie il proprio bersaglio.

MM - Da 'Inascoltable' a 'Saluti da Cortina' qual'è il lavoro a cui ti senti più affezionato, che senti più vicino a te?

RFA - Difficilissimo dirlo, perché potrei scivolare nella retorica e dire, parafrasando una battuta del grande Eduardo, che i dischi sono come figli! Naturalmente scherzo, però ovviamente io ho vissuto in prima persona ogni disco e di ciascuno so la vita interiore, i suoi mille risvolti ed altrettanti retroscena, per cui ho un legame sempre diverso e sempre particolare con ciascun lavoro.
Sono molto affezionato a 'Mono tono' e a 'Kinotto', ma anche a 'Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti', perché segna la nostra riscossa nella metà degli anni 80, dopo un periodo di crisi in cui siamo rimasti fermi quattro anni e che ci ha segato un po' le gambe: abbiamo accumulato ragnatele, il pubblico s'è dimenticato di noi e quando nell'84 ci siamo rimessi insieme, abbiamo dovuto riniziare da zero con tutta la fatica del caso. Però da allora noi continuiamo a produrre, ad esserci, e a parte 'Ti spalmo la crema', che fu un'operazione balneare dichiaratamente e volutamente commerciale, non c'è stato niente d'importante.
Per cui il nostro secondo esordio è un ricordo importante; ci sono inoltre alcune canzoni di un LP molto poco conosciuto, 'Troppo rischio per un uomo solo', che io amo moltissimo e ritengo dei capolavori in miniatura. E poi non posso non nutrire affetto per 'Saluti da Cortina', perché trovo che sia il disco del nostro terzo esordio, dove ci stiamo riaffacciando alla scena musicale radicale dei nostri primi album ed è un ritorno alla voglia di avere una comunicazione molto diretta benché alcuni testi siano piuttosto articolati e non solo abbandonati al vomito e alla caccola.
'Saluti da Cortina' mi ha molto coinvolto, questa marcia indietro è una svolta singolare e bella della nostra storia, non posso non sentirmici legato.

MM - Invece dal punto di vista editoriale quali dei libri da te pubblicati è il prediletto che salveresti in caso d'incendio? [Roberto è autore dei seguenti libri: 'Percorso dei cuori solitari', 'Stagioni del rock demenziale', '6 e non più di 6', 'Vademecum del giovane artista', 'Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti', 'Manuale di sopravvivenza per tossicodipendenti' e 'Badilate di cultura', N.d.A.]

RFA - Certamente sono molto legato, sia come disco che come libro, a 'Non c'è gusto...' perché hanno entrambi caratterizzato due momenti importanti del mio percorso. Il libro raccoglie dieci anni di esibizioni live con la formula cabarettistica, nelle vesti di poeta, quindi salverei questo, mi permetto tale gesto molto immodesto... però mi dispiacerebbe lasciare tra le fiamme 'Vademecum per giovani artisti', perché nella sua essenza è un libro serio, che tra il serio e il faceto - ma soprattutto in maniera seria - si pone e vi pone dei quesiti su cosa significa fare arte ed essere artisti con tutti i risvolti inerenti al cosiddetto mestiere dell'artista.
E' un tomo impegnato, a modo suo, che raccoglie molti appunti accumulati da anni;ci ho lavorato molti mesi per pormi seriamente di fronte a problematiche legate a tale mondo.

MM - 'Percorso dei cuori solitari' è l'unico tuo libro rimasto tutt'oggi nell'ombra e non ancora ristampato; di cosa ti sei occupato in quel saggio? Che tematiche hai affrontato?

RFA - E' un libro dedicato ai Beatles, un mini saggio nei generis nel quale si prendono le canzoni dei Beatles da un punto di vista letterario-poetico. Vi è un excursus dai primi testi fino a quelli precedenti il loro scioglimento del 70, c'è tutta la loro produzione criticata con occhio letterario, passando per tanti linguaggi, senza soffermarsi di certo su una critica sociologica, politica o psicoanalitica ma affrontando il tutto secondo personali punti di vista.

MM - 'Manuale di sopravvivenza per tossicodipendenti' ha sollevato grandi polveroni; ha collezionato accuse di apologia di reato e di stimolare curiosità e iniziazione all'esperienza delle droghe pesanti. Ancora una volta il tuo uso dell'ironia è stato scambiato per qualcos'altro ben lungi dall'essere satira impegnata o incondizionato sberleffo. Come ti discolpi da ciò? Cos'hai da controbattere a quanti hanno trovato, trovano e troveranno il tuo libro "deviante"?

RFA - Non c'è molto da dire se non constatare per l'ennesima volta quanto purtroppo non ci sia alcun gusto in Italia a provare ad essere intelligenti. Il libro è dichiaratamente contro qualsiasi apologia di reato, accusarlo d'istigare all'uso della droga o sostenere giustificata l'assunzione in quel libro, che si propone a partire dal titolo come un manuale di sopravvivenza e di sostegno, vuol dire non aver letto una sola pagina o essere in mala fede.
Basta sfogliarne poche pagine per capire che si tratta di un volume per il contenimento del danno, è un libro che fa il tifo per il tossicomane che vuole sbarazzarsi della dipendenza, che è l'aspetto più allucinante e drammatico dell'intossicazione da alcaloidi; quindi è un libro che tenta, in positivo e senza compiacimenti di sorta, di dare una mano a chi ha seri problemi con le sostanze tossiche, non mira certo a favorirne l'uso. Si vuole, senza ipocrisie, prendere atto del fatto che certe sostanze esistono e non saranno facilmente eliminabili, tanto più secondo me con una politica come questa, decisamente proibizionista e a favore del mercato nero, dei grossi interessi mafiosi e di quella criminalità che detiene l'intero monopolio e gestisce il traffico degli stupefacenti.
Io ritengo che si possa dire proprio tutto di questo libro, tranne che sia apologetico nei confronti dell'eroina.

MM - Tempo fa Perry Farrell affermò che mancano una cultura ed un'educazione alle droghe, paragonandone l'uso alla scoperta del fuoco e delle sue peculiarità positive - luce, riscaldamento, cucina - e negative - incendi dolosi, piromania, ustioni...

RFA - Sono assolutamente concorde. Guarda caso, la civiltà occidentale non ha lo stesso terrore che nutre verso le polverine per l'alcool, il tabacco e gli psicofarmaci, perché sono sostanze "conosciute". Le sostanze cosiddette tossiche vengono così demonizzate per problemi contingenti all'ignoranza occidentale. L'affermazione di Farrell non fa mezza piega: l'uomo ha sempre cercato sostanze ricreative, tanto che in Oriente certe droghe sono più diffuse dell'alcool; in Occidente è l'esatto contrario.
Ritengo ci siano lacune d'educazione, errori di civiltà e di abitudini.
L'eroina fa tremare... certo, l'eroina è pericolosa e deve spaventare, però il terrore che ne abbiamo dovrebbe essere pari a quello dell'abuso di alcolici; come mai invece questa paura viene a mancare? Perché l'alcool viene venduto liberamente e tranquillamente in qualsiasi bar?
Come mai una persona è libera di bere fino a scoppiare mentre non appena ha un grammo d'hascisc o 100 mg di eroina viene sbattuta al fresco per settimane?
Perché una persona è libera di fumare tre e più pacchetti di sigarette al giorno sapendo che "nuoce gravemente alla salute", come ipocritamente avvisano in ogni pacchetto, e sapendo che si è passibili di cancro?
Perché si può morire d'infarto per il troppo caffè e non si può essere altrettanto liberi di consumare altri alcaloidi in quantità ridotta a scopo ricreativo?
Certo, mi si dirà che c'è l'assuefazione... ma anche la nicotina ne da, e anche l'alcool a lungo andare comporta disturbi gravissimi quali la cirrosi e il delirium tremens.
Istituzionalizzare certe droghe e criminalizzarne altre non sta assolutamente in piedi.

MM - Credi all'utilità di alcune sostanze psicotrope, quali quelle allucinogene, come coadiuvanti per la ricerca interiore?

RFA - Si, se prese nella giusta misura o sotto controllo medico o di un esperto o di un veterano. Ad esempio, un viaggio con gli acidi lisergici non è consigliabile in solitudine soprattutto se si è novizi, principianti... sarebbe comunque meglio evitare l'uso dell'acido, che in taluni casi procura danni irreversibili e comunque brucia una gran quantità di cellule cerebrali.
Ma se proprio una persona deve decidere in piena coscienza ed in assoluta libertà di fare uso di LSD, PCP, mescalina e compagnia, è bene che sia accompagnato da una persona esperta, autorevole sul campo.
Si tratta di sostanze interessanti, capaci di fare eruttare il tuo inconscio e le tue paure e desideri repressi, comunque comportano una buona spanna di rischio e vanno usate con parsimonia , prese con le molle, occorre sapere perché si prendono, farne un uso attento.
Sarebbe buona norma limitarsi nelle dosi, andare per gradi, non bruciare le tappe... tutto questo naturalmente se una persona non resiste alla curiosità e alla fascinazione per certe esperienze.

MM - Tra dieci anni gli Skiantos saranno ancora qui, pronti a seppellirci con una battuta o con una canzone?

RFA - Lo spero, ma diventa sempre più difficile. A questo proposito stiamo pensando di organizzare una campagna di sopravvivenza per gli Skiantos quali esemplari rari da difendere e salvaguardare. Quindi una voce non omologata, diversa, fuori dal coro, che chiede di salvare gli Skiantos, specie in via d'estinzione, animali rari in questo deserto dell'omologazione.
Stiamo approntando un contocorrente postale al quale inviare delle offerte, uno Skiantomat, per garantire la sopravvivenza degli Skiantos quali animali in via d'estinzione.
Infine vorrei aggiungere che il mio famoso cavallo di battaglia "la fortuna è una dea bendata ma la sfiga ci vede benissimo" è stato modificato ed integrato con "prende anche la mira e fa centro anche al buio"!
E' da considerarsi così completato il motto ufficiale dello Skiantos Fan Club, che ovviamente non esiste ma che per scherzo noi abbiamo da sempre dichiarato in corso di realizzazzione:è importante che gli Skiantos possano sempre avere la possibilità di fare altri dischi, quindi chiedo a tutto il pubblico di sostenerli: evviva gli Skiantos!

(1994-95)

THE OXFORD MURDERS - TEOREMA DI UN DELITTO


di Alex De La Iglesia
Con: Elijah Wood, John Hurt, Leonor Watling

Contrapposizione jaspersiana di volontà e destino, bignamini wittgensteiniani, successione fibonaccesca, Pitagora, Platone, un pizzico di cospirazionismo, Edward Lorenz, René Thom, e per non farci mancare proprio niente, un colpo d'anca - nozionistico e cinematografico- al caro vecchio Pi Greco: mancano solo i tarocchi, Rubik, i numeri ritardatari della ruota di Bari e la mucca Carolina e abbiam fatto strike. De La Iglesia non perde perizia ed eleganza (gusto per l'inquadratura; notevoli piani sequenza; cura attoriale) ma scrive/dirige il tutto dopo una flebo di peperonata. Come cantava qualcuno: il samba è giusto ma è la festa che non va.

L'ABUSO TOTALE DI PETER SOTOS


"Al giorno d'oggi, se vuoi farti ascoltare, non è più sufficiente battere educatamente sulla spalla del vicino: lo devi colpire con un maglio" (John Doe)

"Senza il Crimine che risveglia in noi una folla di sentimenti intorpiditi e di passioni quasi spente noi resteremmo più a lungo nel disordine, ossia nell'atonia" (M. Foucault)

Scisma planetario: di qua coloro pienamente consci di essere fondamentalmente -e felicemente- sadici, e vogliosi di esserne conseguenti sul fronte azionista, araldi e forieri di sogni passioni pulsioni brame aggressive e algolagniche.
Di là coloro che lo sono, e spaventati e/o inorriditi di tale status, fingono/s'illudono di non esserlo, cercando riparo dietro lo scudo dei freni etico-morali endogeni ed esogeni.
In mezzo gli sbruffoncelli che scherzano ad interpretare il ruolo di satanasso all'ultimo grido, di outsider più perverso e scalmanato e mefistofelico del sistema solare, salvo poi scoprire che malgrado la loro araldica ideologica (...idealistica?) son buoni come o più del pane e mammà li aspetta a casa per cena.

Questo pericoloso -nel senso più alto e ampio del termine- libro, stilato con pece, tritolo ed ossido arsenioso, funge da sperone per tutti e tre: i primi verranno appagati, per non dire deliziati, da un degno riscontro del proprio appetito tanatofilo, delle proprie smanie pansessuali, delle proprie esasperate chimere di crudeltà indiscriminata e di ciò che le muove (istinti primitivi? innocenza da infante?).
I secondi scopriranno perché di questi tempi s'è forsennatamente idolatrata -e si continua a totemizzare edulcorare incensare così ardentemente la figura dell'omicida in serie, e cioè perché ben esemplifica ciò che tutti noi, almeno una tantum nella vita, vorremmo eseguire: sopprimere l'altro. Un'autorità cristologica, la si direbbe, l'ologramma vivente delle nostre represse pulsioni distruttive (dite il vero, prima d'insorgere scandalizzati: se potessimo farci fuori telepaticamente, quanti di noi beneficerebbero di un'ipotesi di sopravvivenza? A domanda retorica, silenzio pressoché tombale...).
I terzi, colti in flagranza di pudore vilipeso, apprenderanno finalmente la loro triste natura di patetici farfalloni, altrimenti detti poseurs, e se ne faranno -si spera- una ragione.

Perché laddove fregnacciari psicosociologi e massme(r)dia tendono ad accalappiare il Fenomeno al fine di poterlo rendere canalizzabile riconoscibile etichettabile ridimensionabile e profanabile nei suoi punti più inaccessibili inattaccabili inesplicabili initerabili eterei e finire col trasformare una Creazione in sterile prodotto seriale privo di spirito nervi cuore designabile a effimere ramificazioni modaiole (si pensi all'industrial, a piercing e tatuaggi, all'e(ste)tica S/M, alle forme più estreme di body e danger art, a molte esperienze cinematografiche e teatrali non riconciliate, e a tante altre cosucce passate tristemente dal sottobosco più arduo a scandagliarsi ai più beceri discount sotto casa nostra), il luciferino fuck-totum e fuck-totem di questo spinoso volume capovolge la prospettiva e dirotta i punti di fuga; ben si guarda, insomma, dal convertire la radioattività in puro ossigeno. Ne centuplica, anzi, il tasso di mortalità.
Ebbro di un disprezzo e di una febbre iconoclasta, di una prepotenza nichilista e di un impulso pantoclasta e rabbioso nei confronti dell'umanità che ha pochissimi pari, nonché di un invidiabile acume critico associato ad una spietata severità draconiana, Peter Sotos sostiene ed elogia con fierezza tutto ciò che, dal micro al macro, contribuisce all'estinzione dell'umanifero, esaltandolo con accenti tronfi e tonalità linguistico-retoriche stroboscopiche e un elevatissimo ed abbacinante senso dell'apodittica, con un'enfasi che ora sfiora ora travalica l'apologia, facendosi beffa di chi è con lui e ignorando chi è contro di lui, prendendo a sonori ceffoni chi si atteggia ad essere come lui tanto per conferirsi un'aura mitologica e un'autorevole nomea di psicopatico D.O.C., e trovando sempre e comunque l'occasione di rivendicare il proprio febbricitante gusto per l'energetismo della Violenza. Sotos si rivela una geniale monade devotamente genuflessa alla regia sovranità del negativo, un talento al servizio di sua maestà il Male, infischiandosi di qualsivoglia sovradeterminazione esorcistica e catartici salvataggi in calcio d'angolo, e senza ricorrere vigliaccamente a paraventi satirici (valenze d'accatto che da sempre falsificano vituperano soffocano intensità, estremismo e radicalità. E' una mera questione di (consapevolezza del) Gusto, e di voglia di appagarlo, e di spasso nel soddisfarlo.

Total Abuse è una virulenta, viscerale, monolitica bibbia del sadismo, una febbrile evangelizzazione della più inimmaginabile brutalità, nonché un arguto trattato pornologico di tutto rispetto. Il primo, nientemeno: mai l'universo della pornografia aveva conosciuto finora simile decostruzione, mai era stato così abilmente profondamente apocalitticamente smontato come un giocattolo per scoprire squadernare irridere cosa ne olia i meccanismi, mai radiografato e vivisezionato in maniera così competente chirurgica esaustiva, e con un piglio così spiccatamente lucido/ludico/lubrico.
Questo è un uppercut che frantumerà le vostre delicate -e sempre vulnerabili, checché ne blateriate- mandibole del pudore. E sarà una frattura di difficilissima risanazione: avventurarsi in questo ring e incassare per c(r)edere.

Fin dalle note sul retrocopertina (tra le quali un'arringa agiografica e difensiva a firma di Steve Albini) i patti sono traslucidi: "questo libro contiene materiale estremamente sgradevole descritto con fiscale precisione grafica. Sarebbe un editto d'humour nero avvertirvi che il presente compendio non è adatto agli schizzinosi (...). I seguaci del blando e moralistico true-crime e gli scafati collezionisti di horror fiction non troveranno di che soddisfare i propri gusti, qui...". Intesi?
Come dire: si diano alla macchia i deboli di cuore, di stomaco, di nervi, di spirito, i pacifisti tutti d'un pezzo, le pseudofemministe, i bacchettoni a oltranza, i poseur e -su tutti- i minori di anni 18 (e lasci perdere, aggiungerei, chi dell'inglese e dello slang americano ha una conoscenza pressoché rudimentale). Ripeto: intesi?!?
Proclamati i dovuti 'altolà!', un po' di doveroso iniziatico background per i vergini. Peter Sotos fu il primo fanzinaro a farsi avanti, nel lontano 1985, con una rivista amatoriale di true-crime. Fu anche il primo ad essere sorvegliato dall'FBI e conseguentemente messo in gattabuia per ciò che scriveva. Meglio dire: per come lo scriveva.
Oltre ad offrirsi alla sua cortigianeria/partigianeria come uno sfegatato ultrà dei criminali di cui disquisisce, Sotos calamitò e inorridì le calamità per via di alcuni sordidi collages da lui architettati, elementari ma efficaci in termini d'impatto: dissolvenze incrociate tra peni in eiaculazione e volti di bambini/e violantati/e e uccisi/e dal bruto di turno.
Gli agenti federali, persuasi di avere a che fare con un pericoloso boss del marketing pedopornografico, lo arrestarono dopo nove mesi di pedinamenti e di pressante sorveglianza postale e telefonica. Al momento della perquisizione che gli valse l'arresto, furono confiscati tutti i numeri di Pure -questo il nome della zine- e un numero di Incest, un magazine contenente foto di violenza sessuale ai minori. Quest'ultimo fu la ciliegia sulla torta: Sotos è stato il primo essere umano ad essere processato e condannato per possesso di materiale pornografico ritenuto ex abrupto illecito.
Il nostro venne quasi immediatamente rilasciato, in quanto semplice grafomane ossessionato da gusti un po' pesanti. Non vi furono indizi né prove di omicidio, stupro o business della pornografia minorile a suo carico.
Così prenderà le sue difese l'apocalittico Adam Parfrey: "E' evidente che Sotos sta per essere processato non per il suo interesse per la violenza, ma per un'adulazione di quella al di fuori del livello di sicurezza standard dei mass media per la violenza pornografica nei fumetti, pellicole di azione e racconti del crimine. Il normale consumatore di violenza è, naturalmente, consacrato dagli interventi moralizzanti sul 'crimine che non paga' o dall'aureola santificatrice dei criminali sponsorizzati dallo Stato. Sotos, celebrando gli outsiders psicotici, rappresenta tutto ciò che è più inquietante e incontrollabile per le bande che mantengono lo status quo".

Questo tomo, tripartito, ha la forza schiacciante di un mezzo cingolato fin dalle righe introduttive ad opera di Jim 'Answer Me!' Goad (altro galantuomo di cui narrerò magari prossimamente), ideatore curatore editore del volume. Malgrado la materia trattata sia disturbante, inaccettabile, ripugnante oltre i livelli di guardia, il pathos, l'ethos e il ruthmos della scrittura sono tutt'altro che banali, grossolani o volgari (casomai il difetto di questo volume è di essere un tantino tautologico: agli interessati consiglio una lettura in gocce, centellinata).

Passiamo all'endoscopia dell'opera.
Come su scritto, apre le danze una ficcante nonché agiografica introduzione di Goad, che si sdilinquirà poi insieme a Sotos in una lunga, interessantissima ancorché spassosa intervista dove insieme, galvanizzandosi vicendevolmente, mettono al tappeto tutto e tutti con disinvolta cattiveria (ma sarebbe più corretto cominciare a chiamarla schiettezza) e corrosiva ironia.
Nessuno si salva dal loro furore: non i poliziotti e gli psichiatri che si occuparono del suo caso, rivelatisi più perversi e pericolosi dell'interessato, né i giornalisti e i vicini che l'hanno volgarmente e sbrigativamente demonizzato (irresistibile, a tal proposito, la seguente dichiarazione: "Pare esserci un grosso problema con l'intera nozione di oscenità... E' gente che pensa che Schwartzenegger è un grande attore e Norman Rockwell un eccelso pittore, e il Reader's Digest un magazine eccezionale, e vengono arruolati come gli arbitri dell'arte e della cultura. Se tutto si arenasse al loro pessimo gusto, niente da eccepire. Ma queste persone sono in una posizione che consente loro pericolosi giudizi sul tuo conto, e il bello è che tu hai trascorso l'intera tua vita evitando questa marmaglia..."); anche i genitori fanno scheletrica figura, al pari di sette sataniche e neonaziste ("...noiose, per dire il minimo. E' gentucola che non ha proprio niente d'interessante da offrire") e di impudenti fans che osano importunarlo con "stronzate tipo Crowley, Manson o il piercing".
Conclusa la chiacchierata, inizia il vuoto d'aria che vi farà precipitar nell'Ade, la caduta nel carrolliano pozzo. Nessun girone vi sarà risparmiato. Che la vertigine sia con voi. Lasciate ogni speranza, se proprio volete entrare.

Pure. Questa prima parte raccoglie quasi integralmente il pestilenziale lavoro del piccolo scrivano chicagoese (il 'quasi' sta per i suddetti collages, qui autocensurati per motivi, credo, di astuzia sociale), compresi i numeri della zine confiscati allo scattar delle manette, mai editi e qui presentati in esclusiva mondiale per voi.
Sotos ama glorifica venera onora rende grazie agli artefici della crudeltà (stakanovisti dello stupro, infanticidi e gerarchi nazisti in primis), con un trasporto massimale indulgente compiaciuto gioioso giocoso estroso, e non si accontenta di tifare per i criminali in rassegna; per quadrare il cerchio, eccolo infierire sui volti contratti di dolore e rigati di lacrime dei familiari delle vittime, godendo e speculando a più non posso su ogni smorfia, lacrima, moto di strazio, frase di circostanza, disperato appello ai rapitori.
Tra le sue primizie del cuore, riserva privilegiati posti al sole a Ian Brady & Myra Hindley, Peter Sutcliff, Bianchi & Buono; fin dai primi paragrafi emerge un sehensucht sadico rovente tellurico incontenibile incontentabile, che avrebbe messo in ginocchio il più invasato Divin Marchese (col quale condivide l'esperienza della galera per via della valenza criminale della scrittura) e procurato fior di pallori al più scatenato Octave Mirbeau -non saprei davvero dirvi se più per invidia o per ritrovato senso del pudore... -.
Pure arriva addosso con l'inesorabilità di un'onda d'urto, e sfido chiunque a continuare ad interpretare il mondo con gli stessi occhi dopo averlo letto.

La parte centrale, Tool, è una palestra di narrativa psycho-sexualis (Sotos si orienterà in seguito in tal senso, dando corpo ai romanzi Index, Tick, Lazy, Special, meno ispirati di questi suoi a tutt'oggi insuperati e insuperabili esordi, ma comunque micidiali), il primo capitolo della quale causò seri grattacapi legali alla già citata Answer Me!. Ivi Peter sproloquia beffardo e ultracattivo sul suo arresto; sull'abuso dei minori e il sistema legale; sulle spogliarelliste dei peep-show; sui massacri ai danni dei marchettari; su ogni genere di disfunzione sessuale; e per chiudere da gran signore s'improvvisa persino pedostupratore con risultati mimetici sbalorditivi, quindi impalca uno scambio epistolare coi genitori di Lesley Ann Warren, la piccola stuprata, seviziata e strangolata dalla coppia Brady/Hyndley. La lettera aperta viaggia su un sottile tono di sfottò che repentinamente impenna in mareggiate di quello che potremmo eufemisticamente definire spietato sarcasmo.

L'esplorazione del comune senso del livore e di un livore fuori dal comune trova modo di detonare ulteriormente in Parasite, terza conclusiva parte della saga, che raccoglie 20 newsletters di categorica, vessatoria, intransigente, irriducibile critica musicale, letteraria, cinematografica. Di pellicole, pentagrammi e manoscritti aventi per tema il suo argomento preferito, l'autore salva molto poco: i suoi oscar vanno a Gitta Sereny e agli Whitehouse, dei quali è fan N°1 e coi quali si è più volte ritrovato a collaborare...
Sulla gragnola di considerazioni riguardanti industrial e death-metal, fanzines di true-crime, pornografia estrema, rispettabilità di alcuni film e libri sui serial killer, ne troverete di ogni colore e sfumatura. Vi piaccia o no il contenuto, dovrete ammettere che raramente vi potrà ricapitare un critico altrettanto salace e sagace.

Per la veemente brutalità verbale, per il suo trasformare il linguaggio in fist-fuck bazooka acido muriatico caterpillar ordigno termonucleare, per l'encomiabile coraggio (egli passa col rosso assumendosi però le responsabilità dell'incidente), per l'implicita sintesi di fondo che anima e surriscalda queste 244 pagine ("il mondo è un'enorme biglia di sterco; all'insettume che vi zampetta sopra, due le possibilità: coprofagi o netturbini". Mio il proclama, da Sotos amplificato corroborato squadernato a dovere), per il disinvolto ossequio al cupio dissolvi e alla tabula rasa, mi sento -a costo di essere bersagliato dai più coloriti e offensivi improperi e di essere penalizzato dal 99% dei lettori- di appoggiarlo e -oooops!- assolverlo: in tempi così proclivi alla spiritualità ritrovata e al pacifismo coatto, così sospetti e stomachevoli, in cui si segue con chissà quanta convinzione l'Angelo, la Fata, la Divinità, il Miele e lo Zucchero Filato, questo estenuante ricettacolo di casus belli, eroismo erostratico e umor d'atomica suona come un capolavoro.
Acquistatelo, acquisitelo, prima che vada fuori catalogo.

O nuovamente e definitivamente fuori legge.

(1997)