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giovedì 28 maggio 2015

NOTHING SHORT OF A TOTAL FART: THE HUMAN CENTIPEDE 3 - FINAL SEQUENCE


di Tom Six

con Dieter Laser, Laurence R. Harvey, Clayton Rohner, Eric Roberts, Robert LaSardo, Bree Olson, Tom Six, Tommy 'Tiny' Lister, Micheal Flores



Da quell'indomito trollone che è, addivenuto non senza contrattempi, traversie e delay all'agognato numero tre Six decide di abbracciare la più spudorata deriva iperbolico-autoironica-cazzona-cazzara-hipsterica-metatutto al cubo, e come sempre i mezzi termini sono i primi esclusi: si prende ebbri di wow o si lascia con lo yawn e il bah! a tracolla. Qualcosa mi dice che a lasciare e recalcitrare saranno in tantissimi e che le reazioni-recensioni negative verranno sicuramente fuori come scarafaggi da un tombino aperto perché Six se la gioca in un modo talmente ancipite e sghembo che non si sa mai davvero come prendere il film.

Che si tratti di fan o di chi cerca il discrimine, al pubblico non va mai bene niente, non uniformemente almeno (e Six lo sa fin troppo bene): se come nel primo l'idea resta tale e fuori-campo, si rimostra che non è portata alle estreme conseguenze; se nel secondo queste estreme conseguenze vengono pienamente soddisfatte, si guarda il dito che indica la luna ed è tutto un coro sdegnato di "a morte il pervertito!". Come completare la matrioska per inimicarsi più o meno tutti ed evitare di ripetersi in un senso o nell’altro? Semplice: giocando la carta della più sfrontata farsa con carico a 180 meta-testuale di riporto, di modo che l’audience abbia egualmente da ridire su pressoché tutto.

Tom compie il suo angolo giro con una scaltrezza e una consapevolezza segnica invidiabile, andando aldilà del principio di dispiacere, dribblando le aspettative di pressoché chiunque, facendo il gran botto proprio evitando di farlo, ricorrendo a una caricaturalità (e spesse volte anche a una bieca banalità) spintissima e anticlimatica e a un grotesque intirizzito che sfiata volutamente tutto quanto potrebbe esplodere o lo rende comunque squilibrato e discrepante nei modi, nei tempi e negli umori, scontentando chi si aspettava da questo capitolo finale chissà quali definitivi sviluppi tematici o chissà quali elevazioni a potenza dell'eccesso visivo (che pure non difetta). 


Risultato: anche stavolta al nostro riesce di perculare tutti al gioco delle tre carte, scambiando nuovamente di posto e di segno ierofanti e detrattori, in una virata prank ove tutto è volutamente sciocco e scaraventato oltre l’orlo del più ingordo baratro del balzano e del bislacco, e che si tratti di acting o situazioni, il film finisce con l'essere la più sperticata macchietta di tutto: del genere carcerario, dell'epopea di Six (che ha la civettuola sagacia di parodizzare, dissacrare e buttare alle ortiche senza pietà se stesso, il suo trittico e tutto il culto e il brand che ha generato), del torture porn, del cinema che cerca la più vieta scorrettezza politica a tutti i costi e per partito preso, del fandom che su questo cinema sbava (e del relativo concetto/meccanismo di hype e buzz scandalistico, come di franchise e merchandise) come dei denigratori che per questo cinema (e per i suoi autori e seguaci) invocano la forca, rimasti stavolta senza più bersaglio perché anticipati da un artifex-joker che se la spassa un mondo nel buttarsi giù prima che terzi possano arrivare a farlo, ma che ha al tempo stesso l’astuzia di restituire con gli interessi sugli interessi tutto quanto schernisce, portata teorica compresa, affinché aldilà del divertissement cerebrale un film a casa lo si porti comunque, ma andando spericolatamente contromano a ogni possibile captatio benevolentiae: a un certo punto del film il protagonista esclamerà una frase che è la chiave centrale del senso ultimo dell’operazione, da tenere al collo per tutto il viaggio, e rimirare quando non siamo sicuri di dove voglia andare a parare il film (la risposta è: da nessunissima parte): "Questa è una punizione e non voglio che nessuno, e dico nessuno, possa anche solo per un attimo divertirsi di questa idea!", uccidendo chi non vede l'ora di prender parte alla folle operazione punitiva. Non andrebbe sottovalutato che a intimarla è quel Dieter Laser che qua assolve a cialtronesco doppleganger di un Tom Six che fa di tutto per screditar se stesso, sovraccaricando tuttecose al punto da fare impazzire volutamente la maionese e scansando ogni possibile crescendo: la mise à la Gei Ar che Six sfoggia nell'everyday life è la medesima che viene messa addosso all'esagitatissimo Laser per tutti i 103' di film. Gemelli eterozigoti nell'aspetto e nella mansione: direttore di un complesso carcerario l'uno e di un complesso cinematografico l'altro, kamikaze uniti nella medesima missione suicida.



Ah, già! La sinossi. Beh, ormai la conoscete già tutti, no? No? E allora, per sommi capi e senza sostanziali spoiler, corredo: il Laser-Mengele del primo film (una fortuna che Udo Kier sia stato rimandato a casa, ché con lui sarebbe venuto meno un buon 80% della prorompenza meta-testualequa si reincarna nello stereotipo del sadico iper-nazista direttore di un carcere di massima sicurezza texano alle prese con un corpo-detenuti particolarmente riottoso e voglioso di levargli la prima pelle di dosso per i suoi metodi tutt’altro che ortodossi. Metempsicosi vuole che il suo consigliori sia lo scocomerato Lawrence Harvey del n.2, ivi sempre sfegatato ultrà dell'epopea di Six (ma deliziosamente rovesciato di segno: da temibile disadattato keatoniano è stavolta più simile a una stramba mistura agrodolce di Ollio, Chaplin, i Three Stooges e il cartoonesque con la saggezza di un Sancho Panza) che, anche al fine di ingraziarsi un governatore che pur di non perdere elettori alle imminenti elezioni è pronto a silurarli, cerca vanamente di dissuadere Laser dall'impopolare e interlocutorio ricorso alla forza bruta e alla gratuita tortura, controproponendogli come ideale soluzione contenitiva (anche delle spese cui l'apparato deve far fronte, cibo e carta igienica in primis) la messa in pratica dell'operazione da entrambi perseguita con relativo successo nei primi due film. Per certificare la bontà dell'operazione ed assicurarne il varo, verrà convocato lo stesso Tom Six che, non senza ostentare fierezza per come la sua trovata fictionale possa assolvere nella realtà quotidiana scopi correzionali, garantirà sia l'accuratezza clinica del tutto che la valenza punitiva dell'insieme: per il proprio esclusivo tornaconto, Laser cede ai suggerimenti e, perplessa equipe medica alla mano, manda in porto il tutto, arrivando a farsene supervisore con un paio di variazioni sul tema.


E' fin dal plot chiaro come la geo-umoralità che nel primo capitolo perseguiva stili e atmosfere alemanne e nel secondo risonanze che da austriache sfociavano nell'invernale aplomb britannico qui si rovesciano a peso morto e senza rete nella vis a stellestrisce, dando a Six di rivelare e sfogare senza ritegno le proprie origini dark comedy, che le esplicita infatti buttando in furlana tutto quel che si muove, scansando sia la grande fagiolata tanto per sia procedendo in direzione ostinata e contraria al voler apparire/dover essere cool: da una parte la burletta, dall'altra scongiurare che la burletta possa compiacere e, sia mai!, divertire. 

L'umorismo buio che nei primi due echeggiava sullo sfondo qui deflagra fino a rendere tutto caricaturale fino al ghirigoro brut-art che rende ossimorici vettori e topoi che al tempo stesso si digeriscono a vicenda travolti dai medesimi succhi gastrici: non siamo quindi all'algida compostezza del primo né alla britannica dimensione para-lynchana e ultra-splatterissima del secondo, quanto piuttosto a un insanabile corto circuito generato dalla somma algebrica dei due, che lungi dal dare luogo a una logica prosecuzione lineare si risolve in una messa in abisso, lontana -caso mai lo stiate deducendo- dalla demenziale tromata come anche dalla comicità ZAZ che avoca grasse risate. Se proprio si deve trovare una cifra, diremmo che si cerca di ripercorrere il primissimo Waters flirtando col pulp e col camp e occhieggiando a quel Mel Brooks che più si è divertito nel lavorare ai fianchi il citazionismo a oltranza.
Plus, contrariamente ai prodotti della scuderia Troma il film è diretto montato interpretato e fotografato con sopraffini tocchi, con un ricercato taglio formale e visivo tutt'altro che sminchiato e negligente. Basti per tutte la torrida fotografia a fiammeggianti e rutilanti tinte ocra e ambra scuro che fa sembrare il tutto costantemente immerso in una fornace o una fonderia o in un girone dantesco postmoderno, e che fa il paio quanto a raffinatezza con il bellissimo b/n del n.2; e che dire dell'incredibile prestazione attoriale di un Harvey che aprendo bocca riprova di essere nato per il cinema, e che meriterebbe un premio anche solo per la versatilità umorale rispetto al n.2 (ma anche quella di Laser, che carica istericamente dama sul personaggio interpretato nel primo fino a raggiungere livelli da consapevole cagneria spinta e a sgonfiarlo, non gli è seconda).


Di mezzo, le bordate meta-testuali si sprecano letteralmente in una gragnola inesausta di mirroring e injokes ora sottili ora grossolani che si rimpallano di continuo in un flipper impazzito sempre a rischio tilt (si vedano a tal proposito anche le funzioni del cast: la Olsen cartolina di se stessa, relegata a un ruolo da segretaria mobbata che metaforizza quello dell'attrice porno, e sfruttata/ricattata sessualmente da Laser che a sua volta rifrange un artifex che con la sua trilogia allegorizza il rapporto tra autore e audience; così come Harvey oltre a rappresentare l’ambulante canzonatura di Martin sembra la pantomima di uno sceneggiatore che deve lottare contro le forti opposizioni della produzione; e vedere Eric Roberts così volutamente sacrificato e goffo in un'operazione del genere non ha davvero eguali): lo humor prende corpo più per l'assurdità generale del contesto -e di come questo viene ridicolizzato o buttato allo sbaraglio- che per singole battute o situazioni (qua e là irresistibili e molto azzeccate, altrove espresse con una sorta di calcolato imbarazzo) e tuttavia funziona proprio perché Six sradica ogni appiglio, sebbene con una certa paracula autoindulgenza che non mancherà di infastidire o fare incazzare e di far piovere accuse di meta-testualità compiaciuta e segaiola (come già sta capitando, stando almeno alle recensio praecox finora adocchiate in giro).



Preso come è nell’autoinghiottirsi e nel deliberato girare a vuoto, e assorbito dal continuo sfondamento/rivelazione della quarta parete, Six decentra-concentra la ferocia e il gross out (relegato più a una scorrettezza testuale che visiva) in pochi ma dirompenti scoppi, feroci quanto basta a garantire lo yeuch, anche quando flirtano con lo sleaze più dichiarato (i.e.: l'episodio allucinatissimo della stomia, che sembra suggerito da un Tarantino incosciente), durissime sequenze che mostrano quanto Six abbia ottimamente metabolizzato il torture porn, del quale non di meno si fa sonoramente beffa come è evidente negli enfatizzati esiti dell’incubo di Laser. Pur tenendosi sul tono della freddura che non fa ridere, vi sono comunque dei tandem Laser-Harvey e un paio d'altri momenti da antologia del più irrisorio humor nero; e pur smontando il giocattolo del torture per sondarne meccanismi e reazioni, vi sono comunque passaggi che per sgradevolezza grafica non mancano di farci rattrappire sulla sedia, e ad averla vinta sembra proprio il fort-da.


Ecco, forse più che il film in sé, che per certi aspetti è anche (scientemente) brutto forte e fastidiosamente tautologico, a divertire è la programmaticità a monte del voler smontare tutta la panna, una freddezza d'intenti secondo la quale non ha più senso valutare il film a se stante, che ci obbliga a vedere tutti e tre i capitoli in un unicum chiuso ad anello e dunque formante uno Zero, un buco (nero), un cane che si morde la coda: quel che i tre film ormai formano è un centipede filmico, un gioco delle 12 sedie che va visto a strapiombo, dall'alto, nella sua totalità (da cui il vero senso del sottotitolo), esattamente come Six ci mostra quasi esclusivamente dall'alto questo terzo trenino dell'amore.



A proposito del quale, so cosa vi state chiedendo e vi tolgo subito la spina dal tallone: prima di vedere la sospirata catena di 500 e passa corpi Six ce la fa agognare e dovremo attendere gli ultimi 20' circa del film (come del resto accadeva anche nel n.2) per scorgerla poco e male (ma siate sereni: la sua preparazione chirurgica non ci è risparmiata, con risultati che non son fiori di campo, ve lo assicuro), ma non è importante, perché stavolta la partita si gioca su un altro tavolo, il film e il suo senso/gioco stanno davvero da tutt'altra cerebrale parte: la vera concatenazione è quella da Six ottenuta inanellando parametrici sfottò di tutto e di tutti che colpiscono e affondano anche il film stesso, in un azzeramento che porta a Uno.

Unica ciambella col buco strettissimo (e quale metafora migliore dato lo specifico) il finale sottovuoto, davvero tirato via alla meno peggio, in balia di se stesso al pari del protagonista, ma forse era il più giusto per un così preterintenzionale epic fail e tutto sommato glielo si può perdonare, ché nei restanti 100' è certo che gusto, scaltrezza, dimestichezza tecnica come segnica e strategica, stile e livore non difettano. Mica poco, considerata la vile materia processata, che vede nell'autoparodia e nello spreco la migliore delle terze mosse possibili per poter fare un rapasceto che consenta di ripartire da zero con nuove mitologie - sempre che il nostro non abbia il genio di concepire una quarta fibonacci sequence.


In buona sostanza, un’opera(zione) ipercalorica che può piacere solo a chi ama ingozzarsi di dolci sovraccarichi di crema e glassa, di quei profiteroles che solo a vederli di lontano stomacano alla sola ipotesi di trangugiarli. Per costoro Human Centipede 3 sarà un giocattolone di tutta godibilità. Tutti gli altri si preparino a storcere le nari.

venerdì 16 agosto 2013

LA GRANDE BELLEZZA

di
Paolo Sorrentino


Il sorrentiniano Enter the void in un'amara vita post-felliniana post-esistenzialista post-postmoderna post-mortem e post-tutto, annegata e abnegata in una Roma che fa la stupida e la stronzetta tutte le sere (ma anche le mattine e i pomeriggi non scherzano), più triste di una bestia randagia dopo il coito del boom 60's. 

Laddove titaneggia il nulla, non rimane che lo stile, per (fingere di) maiuscolare il vuoto, e in ciò Paolo Paolo Pa Paolo Maledetto non si fa mancare niente: usa (l'immancabile) Celine come apripista per un viaggio senza termine della notte, coreografa festini (e destini) come fossero totentanz, rende aristocratico ogni movimento di macchina, solenne ogni primo piano, lapidaria ogni riga di sceneggiatura, dirige come se ogni secondo dovesse far sprofondare il mondo, osserva i suoi personaggi telescopicamente come fossero stelle morte e al tempo stesso pianeti mai avvistati prima da occhio astronomico alcuno (un peccato che non abbia reso ancor più tragico sfaccetatto approfondito Verdone, circoscritto invece per l'ennesima volta alla macchietta che è sempre stato - ma quando accarezza registri davvero drammatici si nota il felice scarto che avremmo avuto se usato diversamente fino in fondo: potremmo dire altrettanto per il personaggio della Ferilli nei confronti della quale avrebbe potuto compiere una maggiore opera di demolizione metalinguistica, ma anziché farli davvero uscire dal guscio e dalla riconoscibilità, rendendoli alieni e rinati, si accontenta di rilanciarli uguali a se stessi. Ma in fondo è un'opera in cui il nulla la fa da mattatore, ed è giusto che li abbia lasciati in quel poco e nulla a cui sono sempre appartenuti. per cui pazienza, va benissimo anche così), mentre un Servillo sublime ai limiti dell'ineffabile svuota e riempie la scena a piacimento, masticando le più aspre e indigeste sentenze come fossero big-babol con cui fare enormi bolle di ferocia rosata, e trasudando charisma anche quando sta immobile e silente.
Il tutto affrancandosi dal peggior Tornatore che gli rimase appicicato addosso con This must be the place (ci ricade un po' a onor del vero nel finale tanto stucchevole quanto consapevole di esserlo).

 Può piacere o no, lasciare disgustati o euforici, estenuati o estasiati o tutto questo assieme, ma a Sorrentino cimentarsi nel rodeo col Vuoto riesce dannatamente bene.

La grande bellezza è quella che non è ancora arrivata, che non arriverà mai, che vince giocando a nascondino, un simulacro della quale resta in dispettosa differita.

Il perfetto film di un regista imperfetto, l'imperfetto film di un regista perfetto, fate voi ma immergetevici quanto prima.

 

LITTLE DEATHS

                                                                               di 

Sean Hogan, Andrew Parkinson, Simon Rumley


Austera trilogia del cimiteros, sorta di Creepshow austero il cui filo rosso (bianco, meglio dire, data la puntigliosità con la quale il biancastro elisir di lunga morte schizza in faccia alla platea) è la sinusoidalità/l'equivalenza di un eros deviato e di un thanatos sempre in agguathos. Orgasmo e morte sono sinusoidali, se non monomi equivalenti, e non l'avessimo capita con Buttgereit qua ci si mettono in tre a elargirci ripetizioni

Il primo episodio lascia presagire grandi fuochi d'artificio e si riduce a un pugno di pulviscolo, con sviluppi narrativi e figurativi (non accennabili pena rischio spoiler) inversamente proporzionali alle promesse fatte, per poi finire nelle secche di una sbrigatività che ci porta in un flap di palpebra dal tanto ventilato K2 alle  manciatine di sabbia, per poi defilarsi con un beffardo detour conclusivo da mani sul pacco.



Parkinson delira a tutta propulsione in un ribollire di fantasia e originalità (nonché sperma a secchiate, dal quale viene sintetizzata una droga non dissimile dalla telepatina) e indubbiamente è visivamente il più affascinante (con atmosfere e soluzioni iconiche barkeriane che ricordano molto da vicino Necromentia o il Caro più marcescente e meno ruffiano), ma si regge in piedi a fatica sul propulsivo delirio che sciorina, lo script si prodiga in tripli carpiati sui quali però presto si incarta lasciando dietro di sé un senso di incompiutezza e di fastidioso squilibrio narrativo. 



Rumley è nella sua linearità colui che fa portare a casa più di una altrimenti risicata sufficienza, scodellando una sorta di update con gli interessi della cagna di ferreriana memoria con un finale probabilmente snasabile già dopo i primi due minuti, ma di efficace cattiveria e soluzioni tecnico-visive da sentito plauso: la forsennata stroboscopia rossoblu usata come didascalia della disperazione e della rabbia del protagonista è un'intelligente scelta tutt'altro che da pivelli di pelo damsiano. A questo episodio il merito di risollevare le sorti di un trittico il cui fascino è nettamente superato dal suo squilibrio.




In buona sostanza, nulla per cui gridare al capo d'opera, e nemmeno così eccessivo, scabroso e violento come altrove è stato dipinto (il delirio dell'ep2, è talmente esuberato visivamente e farneticante narrativamente che il mostrato diventa quasi invisibile, e comunque non perturbante né offensivo - ma non è nemmeno Zanussi, intendiamoci), ma non mancano momenti e motivi formali come sostanziali di indiscutibile interesse.

mercoledì 14 agosto 2013

THE THEATRE BIZARRE


di Douglas Buck, Buddy Giovinazzo, David Gregory, Karim Hussain, Jeremy Kasten, Tom Savini, Richard Stanley.






A quanto sembra sta riesplodendo la febbre delle antologie horror: probabilmente è una scappatoia per sopperire a difficoltà produttive e garantire il contenimento delle spese, sta di fatto che tra bazar e bizarre il passo è brevissimo, e questo film va a formare assieme ai relativamente recenti Trick'n'treats, V/h/s 1 e 2, Chillerma, The abc's of death, Little deaths e Deadtime stories una ideale new-wave dell'horror in pillole.

I singoli frutti della discreta macedonia sono di sapore naturalmente diseguale (ora troppo maturi, ora troppo acerbi), e di inevitabile squilibrio narrativo, 3/4 dei cineasti coinvolti (come vedremo, una rimpatriata di desaparecidos early 90's) si applicano ma arrivano spesso zoppi e col fiatone a un traguardo potenzialmente ragguardevole. Diciamo che buona parte funziona più sulla carta che su telo proiettivo, e marca il baratro che spesso separa progetto e sua messa in pratica, buona volontà (che ben sappiamo, non è mai bastevole) e risultato finale.

La ciccia: il primo revenant è un Richard Stanley di cui si eran perse le orme da demoniaca (ingiudicabile nella sua bistrattata edizione tricolore sfilzata da 103' a circa 90) . Era forse meglio non ritrovarle, dato che qua ci riconferma come quanto e perché il cinema dovrebbe lasciar riposare in pace Lovecraft (e, per esteso, la buonanima di Fulci): il bric-a-brac di omaggi (Frogs in primis) sarà anche sentito ma l'esito è di una pochezza che lascia atterriti e non troppo lontano dal grezzume dei fumetti pornhorror anni 70 (Oltretomba su tutti), con le collezioni dei quali Stanley sembra essere andato in overload prima di girare.




La mano passa a un Giovinazzo con un senso tutto suo dell'amor vincit omnia,che tratteggia con acuminata asprezza l'ossessione e le derive della possessività; un segmento che quasi si sopraeleva su tutta l'equipe, ma che nel suo pur crudo e ficcante approccio allo stress post traumatico da abbandono non si affranca mai del tutto da certe imbarazzanti modalità televisive 80's che qua e là depotenziano l'ensamble.


È quindi la volta di un Savini beetlejuice che si diverte un mondo a fare degli archetipi freudiani e junghiani più usurati (la fobia della femme castratrice, la vagina dentata etc) delle matrjoschke, una mise en abime a base di sogni più o meno lucidi, più o meno trucidi, con esiti che suscitano quella simpatia sotto alla quale viene anche voglia di sganciargli due schicchere per non essersela saputa giocare meglio, magari privilegiando toni meno burleschi, più seri, cupi e severi.




Buck è l'unico che si sopraeleva sopra il mero divertissment, accantonando macabrismi di routine, splatterate in caduta libera, modalità folli e sguaiatamente fanzinare per omaggiarci di quello che è il gioiello del lotto che da solo vale tutta la tratta (quasi due ore di morbidezza, per inciso): la morte scoperta ed esplorata attraverso gli occhi di una bambina, accompagnata per mano da una madre che fa della propedeutica un apologo della poesia. Elegiaco, rarefatto, commovente, e con una forma di spiazzante maturità registica, rigore estetico ed eleganza figurativa, fa venir voglia di sottrarre alle secche di un oblio forse immeritato tutta la precedente opera del regista e provvede ad elevare il giudizio complessivo sopra la risicata sufficienza.



Non si fa in tempo a ben sperare, che la pacchia finisce presto: anche l'Hussein di quel pastrocchio che risponde al nome di Subconscious cruelty viene ripescato dal sacco, e se è vero che ha perso il pelo di un surrealismo da manuale delle giovani marmotte, non ha perso il vizio di un didascalismo vieto e mortificante e di un simbolismo urlato col megafono che dà ai nervi, ambedue raddoppiati da una irritante voice over che sgomita quanto dovrebbe restare sfumato e che sta lì a sottendere "mi sa che sto troppo avanti, forse tu spettatore plebeo sei in difetto di comprendonio e non ce la puoi fare, tocca sottolineare passo passo". Ed ecco che ogni fotogramma pare gridarti all'orecchio "METAFORONE!!!".
Un inopportuno rafforzativo che sbagascia un'ideuzza in sé nemmeno così malvagia, che poteva potenzialmente portare a lidi più spiazzanti e meno frusti (la vita/morte ridotta a spacciabile mediateca, il vissuto come teca di imago con cui andare in overdose: strange days anyone?) e moralisti (tutto il meta-blablabla sulla colpevolezza dello spettatore), nonché la riprova che Hussein è un bravissimo direttore della fotografia e a ciò dovrebbe strettamente attenersi (si veda anche il sopraffino taglio che il suo apporto dà alla strepitosa Hannibal), senza scivolare sulla buccia di banana di regie dettate dall'ansiosa brama di épater a tutti i costi a colpi di teoria da bancarella napoletana frammista all'ultrasplatter autoriale.



Poveri noi che abbiam pensato a Hussein come all'episodio più insopportabile del mazzo: la staffetta passa per l'ultima volta di mano e si frana definitivamente nello scempio più irrimediabile con l'ultimo episodio firmato dallo stesso produttore, tal Gregory, che gioca a intersecare grandi abbuffate con echi cannibalici di greenawayano memento e un finale che pare il reboot di quello di Society, in uno sterile esercizietto di sbracata scatofagia al cui termine ci si ritrova sbadiglianti con le mani nei capelli e la testina che fa no no no.




Non parliamo poi dell'anodino e sostanzialmente inutile segmento che raccorda come peggio può gli episodi senza un minimo sindacale di costrutto tematico, capitanato da un Udo Kier ormai macchietta e ombra di se stesso a cavallo tra il museo delle cere, il grand guignol e David Zed versione "io robot amico dei bambini", evidentemente bisognoso di farsi le scarpe nuove, in un pantomima di un teatro più buzzurro che bizzarro.



Anche stavolta l'horror a episodi ha perso un'ottima occasione per star zitto o per ridarci una perla del calibro di Creepshow.

Sipario, bonanotte.

giovedì 19 gennaio 2012

I SAW THE DEVIL


di Kim Jee-Woon




di Kim Jee Woon

Tesi: due nemici sono lo stesso uomo dimezzato. Ma anche: il poliziotto è solo un serial killer col distintivo. E pe
r giunta: non lanciare sguardi di sfida a un abisso capace di sostenerli. Certo, assiomi propulsori vecchiotti, ma mai l'accento era stato calcato così. Il tutto al servizio di una freschezza rappresentativa che fa volar via 144' senza che tu possa accorgertene, e con almeno due pinnacoli di cinema strabilianti: la carrellata circolare in auto e l'iniziale ritrovamento di massa del cadavere della fidanzata dell'ingovernabile Callahan dagli occhi mandorlati. E c'è la prestazione di Chon "Old boy" Min Sik, che da sola vale tutto il viaggio.


Ipotesi: giravolte estetiche, elogi del tecnicismo, amor di preziosismo, parossismo di atrocità e sevizie esuberate e al contempo ingentilite da sua maestà La Forma senza mai dimenticare di raccontare una storia, e di farlo con maestria; revenge sovvertito ed ecceduto dal più spinto parossismo e(ste)tico e dall'ansia di voler dire/essere l'ultima parola in materia di occhio per occhio al di là del bene e del male. Tenue de soirée per Mr, Vendetta.

Sintesi: ISTD = Capolavoro.

domenica 15 gennaio 2012

TETSUO - THE BULLET MAN


di Shinya Tsukamoto

Tetsuo America era stato annunciato nel 1995: forse allora il buon Tsuka l'avrebbe diversamente realizzato, ma ancora oggi il suo è un cinema senza freni né filtri, profondamente carnale, dirompente, eccessivo, tellurico, che attacca corticalmente, stravolge i sensi e i nervi ed è carnevale di rio per gli occhi. Un ordigno visivo al neutrone da plurimo attacco di panico, un bad trip di Stelarc, una primizia da far resuscitare e diventare priapico Melies e da far impallidire la buonanima di Leary, un caterpillar sensoriale che fa starnutire il cervello e rende un'arpa di diapason impazziti i nervi. Passano i lustri, Tetsuo goes to Hollywood, ma per Tsuka fare cinema equivale sempre alla preparazione di un'arma nucleare da 1000 teratoni.
I detrattori borbotteranno stizziti di spinta espositiva, di cedimento alla linearità, di Shinya minore, rammollito e marchettaro o di broda riscaldata.
Ciance: siamo all'oltre, con la O babelica.

Non ha del resto senso sentirsi traditi o vedere in Tsukamoto un venduto o aspettarsi una copia-carbone del primo. Sono passati 30 anni, e di mezzo è cambiato tutto: è cambiato il mondo, culturale sottoculturale e controculturale, sono cambiati gli approcci che al mondo si hanno, è cambiato il cinema, il modo di farlo, intenderlo, volerlo, fruirlo, e con esso è cambiato Tsukamoto che ha nel frattempo attraversato polimorficamente hybris distantissime tra loro ma sempre rispettando il suo rapporto morboso con la figura. Tetsuo occidentalizzato? Orbite da revenge-movie? Parvenza di happy end? Appiglio narrativo razionale? E con ciò?
Tsukamoto ha dimostrato, per l'ennesima volta, che si cambia solo per restare uguali e che
siamo ancora davanti a un cinema che eccede la forma, e per conseguenza il contenuto.
...Culo alla finestra? Guardia abbassata? Fiacca contenutistica/stilistica?
Basti farsi passare da parte a parte dalla scena dell'archivio per domandarsi come si può ritienere anche solo per scherzo stanco un cineasta come Tsukamoto, che in termini di radioattività non ha sicuramente perso un Rad.


voto? 3,14 per 3,14

TOKYO GORE POLICE


di Yoshihiro Nishimura



Follia elevata a costellazione e apologia dell'iperbole in questo genialoide delirio supersplatter che fa del survoltare un diktat e che compendia e coniuga tentazioni cronemberghiane di nova carnalia con lo scalmanato trascendere degno del più smisurato Miike, i riverberi del primo Tsuka e del Verhoeven fantascientifico (robocop e starship troopers gli spiriti guida) , ammiccamenti a The suicide club e linguaggio/fantasia del cartoon e del fumetto. Il tutto con uno spregiudicato senso della visionarietà che avrebbe fatto defluire il sangue a Dalì e Bosch, e lungi dal prendersi sul serio mortalmente sul serio (come fece un matrix, per intendersi) e anzi rastrellando rifiltrando e rimasticando in maniera consapevolmente baracconesca, caciarona, fracassona anarcoide ed epidermica eredità d'oriente come d'occidente: ne viene fuori un amalgama spassosissimo, strabiliante per chi certo cinema non lo conosce come le proprie tasche, di ampia godibilità per chi lo conosce bene, probabilmente irritante per chi lo conosce fin troppo.


Un imperdibile giocattolone post-postmoderno di quasi due ore fantasmagoriche e deliranti come pochissime a base di 1000 e una follia al minuto, urlate al megafono in tutto, nella lisergica fotografia ultrapop come nell'allucinato e demenziale umorismo nero.
Sirene-coccodrillo, bazooka spara-pugni, emorragie-geyser che fanno diventare razzi propulsori i moncherini e volanti i corpi, peni lanciarazzi, donne-sedia e miriadi d'altre inimmaginabili situazioni/soluzioni figurative. Questo sì che è un regista che, aggiustando un po' il tiro tecnicistico e stilistico, potrebbe permettersi di avere a che fare con l'immaginario di Barker, mica le pizzette noci e fichi di quel fetente di Kitammuort.

I più impenitenti otaku si preparino a fare 10 ole al minuto.

sabato 14 gennaio 2012

ENTER THE VOID


di Gaspar Noé


è il 2001 di noè dopo una scorpacciata di cioran
è l'inland empire misto joyce di noè dopo un'indigestione di lsd
è irreversible immerso nella bacinella della metafisica, messo in abisso
è una messa per l'Abisso che siamo
è un distillato di boria come non se ne erano mai visti prima
è meraviglioso
è orribile
è bellissimo, è pessimo
è uno di quei rari casi in cui è il film a guardare te, e non viceversa
è un mandala
è una sinusoide
è un logaritmo neperiano impazzito
è una tragedia dal futuro
è un palindromo perfetto
è zen
è pura amniosi filmica
è a vostro rischio e pericolo
è irritante
è affascinante
è una porcheria.
è immenso.
è inafferrabile.
è ineffabile
è autoindulgente e sadico come mai lo è stato nessuno prima d'ora, e come probabilmente (e per fortuna) nessuno potrà più essere.
è, in tutti i sensi, un faccia a faccia con il vuoto, con la sua pienezza ed egemonia
è qualcosa che ti lascia là incerto se salutarlo come una delle più immense lezioni di cinema di questi ultimi anni o come una sfacciata ed empia presa per il culo
è qualcosa che farà incazzare i più, e manderà in visibilio tutti gli altri, e che non permetterà mai di capire da che parte stare

è cinema?
si
no
devo ancora capirlo
non so se è giusto capirlo e sono certo che la sua forza stia tutta qui


fate il vostro gioco.

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SIX SIX SIX THE NUMBER OF THE HUMAN CENTIPEDE 2 - FULL SEQUENCE


di Tom Six
con Lawrence Harvey, Ashlynn Yennie, Vivien Bridson, Bill Hutchens

Sick transit gloria mundi?

Credevate tutti che in fatto di shock value Spasojevic avesse urlato a 10000 decibel l'ultima parola? Eccovi serviti, per cui datevi una bella pettinata ai peli sullo stomaco, o voi che entrate

Diciamocelo subito, Six è uno furbo. Un astuto prankster che titilla la morbosità tutta borghese e adolescenziale del volgo con la storia che tutti sappiamo e con un film potenzialmente schiacciante (leggi: Human Centipede 1), la cui carica esplosiva resta inesplosa e appena intravista in un concept volutamente tradito da f/x aborracciati. Al contempo offre un oggetto strambo folle e grottesco sorretto da una scrittura di scena tutt'altro che da vomito e ingiurie, con geometrie, inquadrature e fotografia inusitate per il genere. Dieter Laser (uno che non vorresti mai incontrare in un vicolo buio e abbandonato mentre rientri a casa) ha fatto il resto.
Gli assetati di traumi insanabili e violenza insorreggibile non ci stanno, storcono la bocca. Si può dare di più.
Nel sequel Six fa il giocoliere con le aspettative del fandom, rovesciando e sparigliando grammatiche estetiche dinamiche retoriche umori. Preme a tavoletta sull'acceleratore (letteralmente, anche: si badi a cosa è capace di combinare con una donna incinta in un taxi), dà da bere agli assetati, ma affogandoli, e questi ci stanno meno di prima e storcono ancor di più la bocca. Oppure capita che il programmatico tao funzioni alla grande, per cui chi ha disprezzato il primo applaude il secondo e viceversa. Più raramente un'insiemistica visione li fa apprezzare ambedue, come se fossero testa e croce di una stessa moneta.

Veniamo alla ciccia del secondo ordigno: abbiamo un alienato senza speranza regredito o rimasto fermo alla fase anale che ci rimane malamente sotto con la visione di Human Centipede (e qui potete già tirare le vostre brave somme metaquelchevipare sulle derive di una fruizione sbagliata che porta a pericolosi processi plagiari ed emulativi), e decide di elevare al cubo le gesta del mad doctor del capostipite, incurante però dell'aspetto prettamente medico.







Attorno a lui una serie di prototipi che offrono il fianco al grottesco: una madre castrante, un padre assente che abusò di lui, la caricatura di un freud che vorrebbe sostituirsi al padre, un vicino neonazista che dà loro una discreta dose di legnate a ogni "abbassa la tua radio per favor". Ah, e c'è anche una scolopendra eletta ad animale domestico. Volto da coleottero, asma perenne, il mutacico Paviglianiti d'oltremanica dopo aver suggellato la visione masturbandosi col coadiuvante ausilio della carta vetrata, stende a colpi di cric e di pistola chiunque gli si para davanti. Meglio ancora, usa come specchietto per le allodole un falso casting per il sequel di Human centipede che avoca fan e attori del primo (aridaje di strafottenza/astuzia metatestuale) e come sopra, daje de cric e de pistola. Tutto il resto è conseguenza: radunato il propellente umano in un capannone abbandonato, il sogno si fa (trita)carne, che il nostro coronerà recidendo tendini, graffettando labia et genitalia e tutto il peggio che siete in grado di figurarvi. Al centipede umano non fare sapere quant'è buono il lassativo con le pere. A+B= C(acca).
E non finisce mica qui: a ciliegiar la torta accorre la vera mazzata finale (di cui i più sono rimasti orfani, siccome le sculacciate di Mamma Censura): non pago e non sazio, il nostro eroe stupra il centipede dopo essersi infiocchettato il pipino con doppia mandata di filo spinato (proprio un vizio, il suo). Oh yeah!





Ai talebani della ratio e della coerenza, ai detrattori che hanno minacciato di morte il regista, come agli sfegatati ultràs che gli hanno chiesto di partecipare a HC2 dichiarandosi addirittura disposti all'uso di vere feci (sic) è in dirittura d'arrivo dato tanto di benservito: quanto testimoniato fino al minuto 84 è un
in mente dei di Martin, un po' come -tanto per scomodare Buttgereit- quel che accade nel continuo rewind-fastforward mnemonico in Schramm.
Ed ecco puntuale e amplificata la pernacchia dell'artifex: "vi ho perculato tutti, belli e brutti. Chi si tira seghe davanti all'eccesso e chi mi vorrebbe morto e mi crede un maniaco sulla base di inquisitori e ottusi 2+2. Questo è solo un film, col quale ho infantilmente giocato a specchioriflesso divertendomi un mondo. Siete tutti Martin o sua madre, HC2 è solo un gioco!"

Tutto qui? Niente più di una paraculata che affonda le sue radici nel situazionismo spicciolo?

Vamos a ver.

Poche storie, Tom Six è uno bravo. Un astuto facitore di atmosfere catramose, sordide, umidicce, agghiaccianti, avallate da un suppurato b/n sublimemente fotografato e da un protagonista che pare deiettato da un girone dantesco o da un canto di Maldoror o dal giardino dei supplizi, un keatoniano ceffo che si carica tutta l'opera sul groppone con una mostruosa aderenza da fare impallidire il più intransigente Stanislawski.




Six ti costruisce bel bello un film con/sul nulla, sprofondandoti ad ogni frame sospinto nello straniamento ora ipnagogico ora ipnopompico. Il cinema si fa setticemica eidesis. E' questo quel che colpisce, più ancora dell'ade parametrica spadellata nell'ultima mezzora (che pure ti lascia esanime a interrogarti se dopo i vari interieur frontiers martyrs srpski darfur e compagnia torturepornante le avevamo davvero incassate tutte): la paranormale stranezza, l'indecidibilità dei toni, la perturbazione psichica ed emotiva del vivere un incubo lucido a occhi aperti. Il sentirsi impazzire come se Lynch coi suoi 5 minuti e il più scellerato Zeno entrassero in rotta di collisione. Come il più catabasico Castellucci totalmente fuori controllo dopo un Kargl di troppo (la mdp sempre adesa al protagonista, deve più di qualcosina a angst). Come un bad trip di Ciprì e Maresco dopo una scorpacciata di PCP.

Se la nullità dell'idea attorno alla quale il film bascula è direttamente proporzionale alla malattia mentale di chi l'ha concepita (in senso buono, ché un incontro ravvicinato con gli autori scongiura certe equazioni da agente della digos: il sagace Harvey oltre a mostrare una conoscenza del cinema e un'intelligenza fuori dal comune, ha un'aria dolcissima e ti viene voglia di sbaciucchiarlo; Six è affabilissimo, pacioso e costantemente incline al sorriso e allo scherzo), l'idea di cinema di Six basta sicuramente a sorreggerla fino alla fine, anche se è davvero un peccato che l'ipnoinducenza e il delirio allucinatorio dei primi sbalorditivi 50' cedano poi il passo alla tautologia dello choc, della fecalità e del vomito a buon mercato contro i quali è dura trovare una qualsivoglia chiave d'estraniamento.

A mio gusto, il film spiazza, disturba e fa sudar ghiaccioli più quando ravana nel grottesco spinto, nella psicotropia e nella psicotronia (i siparietti stralunatissimi con lo psicologo, con la madre, o col vicino di casa, tutti di eraserheadiana memoria), o quando si raggiungono climax di minaccia come quello nella scena col bambino di colore (che fa un bel paio con una sequenza consorella di Murder set pieces), creando un tempo parallelo in cui ti accorgi troppo tardi di essere immerso senz'altra via di uscita che quella di spegnere il lettore, che non quando sbraca nell'escalation ipersplatter e nel discesismo di vomito feci e plasma (che comunque una ferita bella profonda la lasciano), alla stupita e incredula faccia di Bazin.

E' evidente che per Six malati di mente e pubblico criticamente maturo si equivalgono, e qualunque cosa accadrà col conclusivo terzo capitolo (la butterà in burletta? spingerà l'idea su scala planetaria? creerà il nastro di Moebius? avremo un centipede di neonati? una miscellanea di vivi, morti, decomposti, bambini e animali?), da ora se non altro siam svezzati e pronti a qualsiasi peggio. O quasi: se è vero quanto fin d'ora proclamato ("il terzo farà sembrare disney il secondo"), c'è da preoccuparsi. Molto.

Tom Six si è messo nella stessa posizione di un Lynch dopo Inland empire, di Noè dopo Enter the void o di Spasojevic con Srpski: sarà interessante vedere se supererà se stesso o farà tre passi indietro con tanti auguri.


Il teaser del terzo, intanto, è già spremuto dal tubetto. Staremo a verificare se è vero, come da detto popolare, che alla terza si bastona.


sabato 5 marzo 2011

REGOREGITATED SACRIFICE


di Lucifer Valentine


Nell'olimpiade dell'eccesso ne abbiamo ormai incassate per tutti i disgusti: dai supplizianti di barkeriana memoria che indottrinano su quant'è bello lu murire acciso [il vergognosamente sovrastimato Martyrs] alle spirali discendenti di medee che annegano i propri pargoli di Daisy Diamond, dalle accanite virago che massacrano puerpere [A l'interieur] alle puerpere prese ad anfibiate nell'incommentabile Snuff 102, dai feti sverginati sul nascere per amor di allegoria metastorica dell'ancipite Srpski (che ormai quatti quatti e coatti coatti abbiam tutti visto e rivisto) alle babygang sul lago dorato in salsa Dnepropetrovsk di Eden lake, passando per cameraman & assassini, necrofili, necrofagi, famiglie allo sbando [Mum and dad anyone?], ragazze della porta accanto, zoofilie, vindicators a tutta oltranzistica ferocia [The horseman]. Il tutto mentre Deodato diventa un grande classico Disney e tiene banco da una facoltà universitaria all'altra e il contraddittorio di Haneke è ormai accademia, e si corre il serio rischio di portare quel cazzone di Vogel in trionfo o accusare un Darfur di essere un capolavoro (salvo magari sputar biliose sentenze sui radicali affondi dell'ultimo Noé)
Cosa mancava all'appello a noi guinea pigs?



Le gioie del vomito crossoverizzate all'ipersplatter nazisatanico, magari cucinate persino a modino, con l'ardire di occhieggiare a Pasolini.
Detto, fatto. Mezzo chilo di antiemetici e si va: dallo schermo alla tazza, dalla tazza allo schermo. Fino ad avvedersi che sono la meme chose. Inonder le bourgeois è il vessillo dello sciamannato Lucifer Valentine, che non sazio (per forza!) e non pago, sull'arte di recere tra una bordata di emoglobina e l'altra ci promette persino un trittico. Non se ne vede l'ora.
Epater et répéter: docce romane su di me...