mercoledì 15 aprile 2009

MEAN CREEK




Regia: Jacob Aaron Estes
Con: Rory Culkin, Ryan Kelley, Scott Mechlowicz, Trevor Morgan, Josh Peck, Carly Schroeder, Brandon Williams

Giochi proibiti per i ragazzi del fiume, in kinghiano ricordo di un'estate più fatale che fatata. Chi starà dalla loro parte, una volta adulti? Nemmeno loro stessi. L'infanzia è la prima esclusa dagli sconti dell'ineluttabilità e l'acqua, lungi dal purificare le coscienze, le insozza e le marca a vita.
Estes mostra, dimostra e non commenta l'assioma facendo l'equilibrista su un filo di rara grazia e delicatezza, che non scongiurano il massimo grado della combustione e della disperazione. Anzi, li accent(u)ano. Risultati -soprattutto attoriali: sentiremo parlare di Carly Schroeder- al bacio.

KEANE


Regia: Lodge Kerrigan
Con: Damian Lewis

Dopo l'impressionante e durissimo clean, shaven kerrigan ci riprova. Stessa monomania per una paternità mancata differita trasognata (forse addirittura fasulla), stesso protagonista disadattato e parecchio de fora -là uno schizofrenico turbato da iperacufeni, qua una vittima della paramnesia-, ma niente atmosfere marmoree e al contempo rarefatte e sospese e allucinate, e niente discesa nell'imo del protagonista tirandoci dentro per i capelli

Stavolta la camera è in spalla, il lavoro sovradeterminato sui suoni che caratterizzava clean shaven diventa qui addirittura assenza di colonna sonora, lo sguardo è più asettico, distaccato, quasi entomologico (si sente in tal senso la pesante mano di Soderbergh) e pur essendo il tutto di indubbio interesse e di indiscutibile forza, non tocca vertici né abissi capaci di scuotere, straziare e commuovere davvero

MATALO!

Regia: Cesare Canevari
Con: Corrado Pani, Lou Castel, Antonio Salinas, Claudia Gravy, Luis Davila, Anna Maria Noè, Miguel Del Castillo

Un'epigrafe memorabile, che fa ben sperare. Poi per l'incauto spettatore son dolori: Canevari scherza a fare il dadaista senza esserlo, prova a fare il regista senza avere il cinema nei cromosomi, fa convolare a nozze con noci e fichi western e autismo e irrita sapientemente cultori del western come del trash, dell'avanguardia come del cinema sperimentale e di genere.
In cattiva sostanza è tutto qui: quanto basta per lapidarlo con uova marce.

MALEDETTI VI AMERO'

Regia: Marco Tullio Giordana
Con: Flavio Bucci, David Riondino, Biagio Pelligra, Micaela Pignatelli, Alfredo Pea, Anna Miserocchi, Agnès Nobecourt

Alla ricerca dell'autocoscienza perduta sotto quintali di (anni di) piombo. La Cina è lontana, compagni e fasci si equivalgono, l'eroina di stato ne ammazza a plotoni, la DC si frega le manine e la lotta non continua più, naufragando nell'individualismo e nei compiaciuti piagnistei su com'era rossa la nostra valle salvata dai partigiani. Alle spalle le brucianti assenze di Moro e Pasolini a segnare il passo, davanti i germi del rampantismo che infetteranno gli 80. Grande la confusione, più vasta ancora la desolazione, e a un disincatato e sarcastico Bucci non resta che perdercisi. Disomogeneo come quegli anni, ma resta il Giordana più coraggioso e interessante di sempre.

domenica 5 aprile 2009

Midnight meat train

di Ryuhei Kitamura

Esattamente come temevo: dal distillato all'annacquato.

La prosa lisergica e la fantasia scalmanata di Clive Barker (toh, un altro CB) sono ai limiti del rappresentabile e, se traslate in immagini, richiedono testicoli a grappolo

Kitamura non ha nemmeno i canonici due: è impersonale, esangue e meccanico, e slabbra da una parte e ingessa dall'altra un meccanismo altrimenti perfetto (e buono per un corto/mediometraggio) in 87' metà dei quali rampe al di sotto del necessario.
A ciò si aggiungano un ibrido tra Morrissey e Schwarzy che oltre a non essere minimamente aderente al superbruto chiamato ad incarnare (leggi: una mezza pippa d'attore), è temibile quanto potrebbe esserlo big jim, un protagonista motivato a cacciarsi nelle peggio rogne dalla propria compulsione fotografica (leggi: pinocchio e topo gigio sono più attendibili), e indisponenti effetti speciali in CGI.

Resta certo stilistico pavoneggiarsi, insufficiente a salvare l'insieme dal declino. E naturalmente di Clive, pedissequa trasposizione degli eventi a parte, nemmeno una stilla. Volendo -ma volendolo tanto- si lascia anche vedere, ma siamo alla risicata sufficienza degli asini, e non c'era alcun bisogno di devitalizzare e denobilitare Barker per l'ennesima volta in questa floscia maniera. Se questo è davvero il capolavoro di Kitamura, come qualcuno ha scritto, me ne guarderò bene dal dargli appello.

Tomboy - I misteri del sesso


di Claudio Racca

Mondosexydocumentary con innesti choc (invero pochi e non compiaciuti, ma devastanti) capitanato da un gotha di sessuologi e psicologi di tutto rispetto e veicolato da un sobrio e competente commento (una mosca bianca per il genere), cui si contrappongono scivolate nel dubbio gusto, nello speculativo e nel gratuito (il cadavere martoriato di Pasolini, il neonato ermafrodita) e un paio di memorabili sequenze di macelleria genitale -accompagnate, vatti a capire perché, da Bach- che richiedono stomaci di cemento armato (e che all'epoca devono aver fatto vacillare non pochi maschietti: l'innesto di tubi siliconati in un pipino sventrato come un quarto di manzo -mammaiut!- è una sfida a tenere gli occhi sullo schermo). Ondivago, instabile, tuttavia non privo di un suo affascinante perché.

Siamo fatti così: aiuto!


di Gianni Proia


Proprio quando ci si convince di averle viste tutte dopo le incette polselliane e dagostiniane (per tacere delle mondoboiazzate caserecce dello Zio Tolo), ecco che in termini di cose buone dal mondo arriva l'ineffabile Proia (genio incompreso, datemi retta!) a farci cucù dando un rinnovato e forse insuperabile senso all'Inclassificabile e al farneticante e a far diventare interscambiabili ed equipollenti estremi del giudizio quali 'capolavoro' e 'vaccata'.

Il mondo abdica a sé stesso, per essere qui sfacciatissimo viatico di non-cinema in sguaiata libertà e in déshabillé, che ascende in virtù di forze discendenti: spot che avranno fatto l'invidia dei peggiori Squallor, pin-up usate per il salto della corda, una commissione censoria sul cui tavolo si consuma un amplesso, un simposio sulla fame del mondo discusso ingozzandosi di dolci, un meta-telegiornale e un intervallo che non spoilero, sandro ghiani nudo che insegue una pulzella nei boschi, un blob ante litteram con culi e noti volti dell'allora nostrana classe dirigente in dissolvenza incrociata (noblesse oblige...che avrà detto il Faenza del pluricensurato forza italia?), e un commento fuori dai coppi che mi ha fatto sputare la macedonia sullo schermo per le risate. Insomma, raro esempio di monnezza totale che rasenta il sublime, da inseguire con un sacchetto di ganja accanto