sabato 14 gennaio 2012

SIX SIX SIX THE NUMBER OF THE HUMAN CENTIPEDE 2 - FULL SEQUENCE


di Tom Six
con Lawrence Harvey, Ashlynn Yennie, Vivien Bridson, Bill Hutchens

Sick transit gloria mundi?

Credevate tutti che in fatto di shock value Spasojevic avesse urlato a 10000 decibel l'ultima parola? Eccovi serviti, per cui datevi una bella pettinata ai peli sullo stomaco, o voi che entrate

Diciamocelo subito, Six è uno furbo. Un astuto prankster che titilla la morbosità tutta borghese e adolescenziale del volgo con la storia che tutti sappiamo e con un film potenzialmente schiacciante (leggi: Human Centipede 1), la cui carica esplosiva resta inesplosa e appena intravista in un concept volutamente tradito da f/x aborracciati. Al contempo offre un oggetto strambo folle e grottesco sorretto da una scrittura di scena tutt'altro che da vomito e ingiurie, con geometrie, inquadrature e fotografia inusitate per il genere. Dieter Laser (uno che non vorresti mai incontrare in un vicolo buio e abbandonato mentre rientri a casa) ha fatto il resto.
Gli assetati di traumi insanabili e violenza insorreggibile non ci stanno, storcono la bocca. Si può dare di più.
Nel sequel Six fa il giocoliere con le aspettative del fandom, rovesciando e sparigliando grammatiche estetiche dinamiche retoriche umori. Preme a tavoletta sull'acceleratore (letteralmente, anche: si badi a cosa è capace di combinare con una donna incinta in un taxi), dà da bere agli assetati, ma affogandoli, e questi ci stanno meno di prima e storcono ancor di più la bocca. Oppure capita che il programmatico tao funzioni alla grande, per cui chi ha disprezzato il primo applaude il secondo e viceversa. Più raramente un'insiemistica visione li fa apprezzare ambedue, come se fossero testa e croce di una stessa moneta.

Veniamo alla ciccia del secondo ordigno: abbiamo un alienato senza speranza regredito o rimasto fermo alla fase anale che ci rimane malamente sotto con la visione di Human Centipede (e qui potete già tirare le vostre brave somme metaquelchevipare sulle derive di una fruizione sbagliata che porta a pericolosi processi plagiari ed emulativi), e decide di elevare al cubo le gesta del mad doctor del capostipite, incurante però dell'aspetto prettamente medico.







Attorno a lui una serie di prototipi che offrono il fianco al grottesco: una madre castrante, un padre assente che abusò di lui, la caricatura di un freud che vorrebbe sostituirsi al padre, un vicino neonazista che dà loro una discreta dose di legnate a ogni "abbassa la tua radio per favor". Ah, e c'è anche una scolopendra eletta ad animale domestico. Volto da coleottero, asma perenne, il mutacico Paviglianiti d'oltremanica dopo aver suggellato la visione masturbandosi col coadiuvante ausilio della carta vetrata, stende a colpi di cric e di pistola chiunque gli si para davanti. Meglio ancora, usa come specchietto per le allodole un falso casting per il sequel di Human centipede che avoca fan e attori del primo (aridaje di strafottenza/astuzia metatestuale) e come sopra, daje de cric e de pistola. Tutto il resto è conseguenza: radunato il propellente umano in un capannone abbandonato, il sogno si fa (trita)carne, che il nostro coronerà recidendo tendini, graffettando labia et genitalia e tutto il peggio che siete in grado di figurarvi. Al centipede umano non fare sapere quant'è buono il lassativo con le pere. A+B= C(acca).
E non finisce mica qui: a ciliegiar la torta accorre la vera mazzata finale (di cui i più sono rimasti orfani, siccome le sculacciate di Mamma Censura): non pago e non sazio, il nostro eroe stupra il centipede dopo essersi infiocchettato il pipino con doppia mandata di filo spinato (proprio un vizio, il suo). Oh yeah!





Ai talebani della ratio e della coerenza, ai detrattori che hanno minacciato di morte il regista, come agli sfegatati ultràs che gli hanno chiesto di partecipare a HC2 dichiarandosi addirittura disposti all'uso di vere feci (sic) è in dirittura d'arrivo dato tanto di benservito: quanto testimoniato fino al minuto 84 è un
in mente dei di Martin, un po' come -tanto per scomodare Buttgereit- quel che accade nel continuo rewind-fastforward mnemonico in Schramm.
Ed ecco puntuale e amplificata la pernacchia dell'artifex: "vi ho perculato tutti, belli e brutti. Chi si tira seghe davanti all'eccesso e chi mi vorrebbe morto e mi crede un maniaco sulla base di inquisitori e ottusi 2+2. Questo è solo un film, col quale ho infantilmente giocato a specchioriflesso divertendomi un mondo. Siete tutti Martin o sua madre, HC2 è solo un gioco!"

Tutto qui? Niente più di una paraculata che affonda le sue radici nel situazionismo spicciolo?

Vamos a ver.

Poche storie, Tom Six è uno bravo. Un astuto facitore di atmosfere catramose, sordide, umidicce, agghiaccianti, avallate da un suppurato b/n sublimemente fotografato e da un protagonista che pare deiettato da un girone dantesco o da un canto di Maldoror o dal giardino dei supplizi, un keatoniano ceffo che si carica tutta l'opera sul groppone con una mostruosa aderenza da fare impallidire il più intransigente Stanislawski.




Six ti costruisce bel bello un film con/sul nulla, sprofondandoti ad ogni frame sospinto nello straniamento ora ipnagogico ora ipnopompico. Il cinema si fa setticemica eidesis. E' questo quel che colpisce, più ancora dell'ade parametrica spadellata nell'ultima mezzora (che pure ti lascia esanime a interrogarti se dopo i vari interieur frontiers martyrs srpski darfur e compagnia torturepornante le avevamo davvero incassate tutte): la paranormale stranezza, l'indecidibilità dei toni, la perturbazione psichica ed emotiva del vivere un incubo lucido a occhi aperti. Il sentirsi impazzire come se Lynch coi suoi 5 minuti e il più scellerato Zeno entrassero in rotta di collisione. Come il più catabasico Castellucci totalmente fuori controllo dopo un Kargl di troppo (la mdp sempre adesa al protagonista, deve più di qualcosina a angst). Come un bad trip di Ciprì e Maresco dopo una scorpacciata di PCP.

Se la nullità dell'idea attorno alla quale il film bascula è direttamente proporzionale alla malattia mentale di chi l'ha concepita (in senso buono, ché un incontro ravvicinato con gli autori scongiura certe equazioni da agente della digos: il sagace Harvey oltre a mostrare una conoscenza del cinema e un'intelligenza fuori dal comune, ha un'aria dolcissima e ti viene voglia di sbaciucchiarlo; Six è affabilissimo, pacioso e costantemente incline al sorriso e allo scherzo), l'idea di cinema di Six basta sicuramente a sorreggerla fino alla fine, anche se è davvero un peccato che l'ipnoinducenza e il delirio allucinatorio dei primi sbalorditivi 50' cedano poi il passo alla tautologia dello choc, della fecalità e del vomito a buon mercato contro i quali è dura trovare una qualsivoglia chiave d'estraniamento.

A mio gusto, il film spiazza, disturba e fa sudar ghiaccioli più quando ravana nel grottesco spinto, nella psicotropia e nella psicotronia (i siparietti stralunatissimi con lo psicologo, con la madre, o col vicino di casa, tutti di eraserheadiana memoria), o quando si raggiungono climax di minaccia come quello nella scena col bambino di colore (che fa un bel paio con una sequenza consorella di Murder set pieces), creando un tempo parallelo in cui ti accorgi troppo tardi di essere immerso senz'altra via di uscita che quella di spegnere il lettore, che non quando sbraca nell'escalation ipersplatter e nel discesismo di vomito feci e plasma (che comunque una ferita bella profonda la lasciano), alla stupita e incredula faccia di Bazin.

E' evidente che per Six malati di mente e pubblico criticamente maturo si equivalgono, e qualunque cosa accadrà col conclusivo terzo capitolo (la butterà in burletta? spingerà l'idea su scala planetaria? creerà il nastro di Moebius? avremo un centipede di neonati? una miscellanea di vivi, morti, decomposti, bambini e animali?), da ora se non altro siam svezzati e pronti a qualsiasi peggio. O quasi: se è vero quanto fin d'ora proclamato ("il terzo farà sembrare disney il secondo"), c'è da preoccuparsi. Molto.

Tom Six si è messo nella stessa posizione di un Lynch dopo Inland empire, di Noè dopo Enter the void o di Spasojevic con Srpski: sarà interessante vedere se supererà se stesso o farà tre passi indietro con tanti auguri.


Il teaser del terzo, intanto, è già spremuto dal tubetto. Staremo a verificare se è vero, come da detto popolare, che alla terza si bastona.


sabato 5 marzo 2011

REGOREGITATED SACRIFICE


di Lucifer Valentine


Nell'olimpiade dell'eccesso ne abbiamo ormai incassate per tutti i disgusti: dai supplizianti di barkeriana memoria che indottrinano su quant'è bello lu murire acciso [il vergognosamente sovrastimato Martyrs] alle spirali discendenti di medee che annegano i propri pargoli di Daisy Diamond, dalle accanite virago che massacrano puerpere [A l'interieur] alle puerpere prese ad anfibiate nell'incommentabile Snuff 102, dai feti sverginati sul nascere per amor di allegoria metastorica dell'ancipite Srpski (che ormai quatti quatti e coatti coatti abbiam tutti visto e rivisto) alle babygang sul lago dorato in salsa Dnepropetrovsk di Eden lake, passando per cameraman & assassini, necrofili, necrofagi, famiglie allo sbando [Mum and dad anyone?], ragazze della porta accanto, zoofilie, vindicators a tutta oltranzistica ferocia [The horseman]. Il tutto mentre Deodato diventa un grande classico Disney e tiene banco da una facoltà universitaria all'altra e il contraddittorio di Haneke è ormai accademia, e si corre il serio rischio di portare quel cazzone di Vogel in trionfo o accusare un Darfur di essere un capolavoro (salvo magari sputar biliose sentenze sui radicali affondi dell'ultimo Noé)
Cosa mancava all'appello a noi guinea pigs?



Le gioie del vomito crossoverizzate all'ipersplatter nazisatanico, magari cucinate persino a modino, con l'ardire di occhieggiare a Pasolini.
Detto, fatto. Mezzo chilo di antiemetici e si va: dallo schermo alla tazza, dalla tazza allo schermo. Fino ad avvedersi che sono la meme chose. Inonder le bourgeois è il vessillo dello sciamannato Lucifer Valentine, che non sazio (per forza!) e non pago, sull'arte di recere tra una bordata di emoglobina e l'altra ci promette persino un trittico. Non se ne vede l'ora.
Epater et répéter: docce romane su di me...

domenica 13 settembre 2009

THE POUGHKEEPSIE TAPES



di John Erick Dowdle
con Stacy Chbosky, Ben Messmer, Samantha Robson, Ivar Brogger, Lou George, Amy Lyndon

Pura nitroglicerina.

Metà last horror movie metà blair witch project, riesce appieno dove questi falliscono: disturbare e angosciare. Quasi come un Vogel più accorto e depurato dalla sua foga di disgustare per amor di gratuità o come un Bob Fosse votato alla sporcizia.

Scaltrissimo nel suo giostrarsi tra mito inventato di sana pianta, leggenda metropolitana e cronaca vera tenendosi sempre in bilico tra puro mockumentary con punte di ragguardevole mimetismo snuff e attinenza/risonanza a fatti realmente accaduti (l'intervista con Bundy; e a leggere alcune dichiarazioni in rete si direbbe che l'affaire delle pt non sia del tutto una fregnaccia mediatica orchestrata per batter cassa) e nel suo scansare la frusta pesantezza teorica del metacinema che colpevolizza il voyeur.

Forse esagera chi sostiene che mette addosso una fifa blu, ma certamente è carico di un costante senso di incombente minaccia che instilla una crescente inquietudine e che non si trova/prova nemmeno sommando tutti i più scellerati torture porn di quest'ultimo lustro.

Visto in sala deve essere da attacco di panico. E dato che probabilmente non lo vedremo mai, grazie a una pusillanime MGM che ne rifiuta la distribuzione perché teme epidemie di emulazione da parte di spettatori psicolabili, braccatelo senza indugio perché merita, altroché.

sabato 12 settembre 2009

WE SHALL OVERKILL: DEATH SCENES 3

di Nick Bougas

Cribbio. Anche stavolta Bougas non abbassa la guardia, non concede sconti e non fa prigionieri. Del resto la morte non fa credito a nessuno, quindi inutile decaffeinare i chicchi e servire zuccherato. E dunque, servita su vassoio d'argento un'epigrafe celiniana così per gradire, aridaje con interessi da cravattari: un'altra megatonica e ciclotronica deflagrazione di organi, un'altra atomica di thanatos alla porta, un'altra inesausta passerella di corpi scempiati, un altro ferino memorandum della fragilità della carne e della caducità della vita, un terzo ribadire che tutto il pianeta è obitorio e il mondo è un film di guerra: Osjek o Rwanda, Perù o Iraq che differenza fa? La morte è democratica, onnivora e ninfomane. In casi simili, anche vanesia: guardarla ammiccare fa di noi solo dei provvisoriamente privilegiati bystanders.
Ogni scappatoia metafisica bandita. La pietà non abita più qui: solo un bell'assestato -e meritato- choc di 88', a noi impenitenti scopofili, resta.


Nel farsi travolgere da simili operazioni di dubbia etica ed altrettanta relativa necessità e importanza, si esperisce in prima persona cosa provava Alex nella tortura della cura ludovico. Quando poi vengono sbattute in faccia devastanti foto del massacro in polonia del 39 o di feti e neonati deformi a livelli da patafisica, estraniarsi diventa cosa impossibile e si deve cercare il più possibile di tenersi in modalità zen. Naturalmente non si fa a tempo a credere di averne conquistata una mezza briciola che entrano in scena cadaveri di bambini e il confine tra vedere uno shockumentario e finire in cardiologia si fa sempre più labile.

Generalmente le ammonizioni generano effetti contrari e innescano il doppio della curiosità, ma questa volta non lo dico per farvi venire l'acquolina, ma perché questa è davvero roba di ardua sostenibilità che toglie la voglia di un pasto o lo fa vomitare: rigorosamente per anime imperturbabili e tempratissime. And I really mean issime.

DER TOD WIRD UNSERER SEIN: DEATH SCENES 2




di Nick Bougas
La morte è infaticabile e fantasiosa, e Bougas non le è secondo: servendosi di un inesausto ed estenuante bric-a-brac di un repertoriato (in parte ancora fotografico: spiccano soprattutto le più rivoltanti pagine delle incredibili death-mags messicane quali El nuevo alarma, Peligro, Nota roja) che fa vacillare anche i più scafati, bissa e supera se stesso, reggendo alla nera signora la veste nuziale e rovesciando il batailliano "je suis la joie devant la mort" in un sussiegoso "je suis la mort devant la Joie".

Sparito dal timone il satanasso La Vey e appoggiato su una più ortodossa voice-over (mai comunque fredda, cinica, compiaciuta o strafottente: il contrario, insomma, dei pecorecci commenti tricolore), questo secondo bastimento sovraccarico di thanatos, riprende filologicamente laddove il precedente calava il sipario (la prima guerra mondiale) su fino ai primi strazi del conflitto inter-etnico jugoslavo. Di mezzo, la necrobulimia della telecamera non si lascia scappare mezzo centilitro di sangue né lesina in dettagli e tutto quanto inghiotte ce lo rivomita con gli interessi addosso. More solito, beninteso.

Se da una parte si tiene ancora desto l'interesse grazie a un tono tutto sommato neutrale e para-storiografico con documenti sulla guerra in Korea, su quella in Vietnam, sulla morte a Hollywood e sugli allora inediti exploit sul massacro della Manson family (atti a provare la falsità di certi miti legati allo Zio Charlie), dall'altro si scorge la chiara volontà di elevare a potenza gli choc del primo bloodbuster, spinta che rende vana e metastorica la masquerade culturale. La sintesi superiore tra l'indubbio interesse per alcuni documenti e l'umore funebre che tutto neutralizza prevarica soffoca non trova insomma alcuna soddisfazione.


E allora via a tutto rigor mortis con una balordissima guernica di cadaveri smembrati e mutilati in tutte le salse e minestre, incidenti automobilistici (clip estrapolate dai famigerati educationals proiettati nelle scuole per sensibilizzare i prepuberi ai rischi dell'alcool) , suicidi (insostenibile quello ormai celebre di Budd Dweyer, il tesoriere che durante una conferenza stampa si sparò in bocca in diretta), omicidi, feti clandestinamente abortiti, autopsie, neonati deformi, e via orripilando.

Senza sosta. Senza pietas.

Laddove La Vey cercava nei risicatissimi limiti del possibile di umanizzare e contestualizzare il tutto, e di offrire in dirittura d'arrivo un pur flebile spiffero di speranza al fruitore, qua si rasenta il mero sadismo con un quarto d'ora finale che oltre a proporre con marcata insistenza la tragica fine di Vic Morrow da diverse angolazioni e con un uso di allucinante pedanteria del ralenty e del frame-by-frame, si candida ad essere il più inaffrontabile test di resistenza spettatoriale mai perpetrato su pellicola, un cut-up di orrori al termine dei quali si ha voglia di rivedersi heidi e pretty woman per disintossicarsi. Per quel che serve: l'inquadratura finale è il freeze-frame della spilla orgogliosamente ostentata da un mercenario bosniaco: we shall overkill. E' un mondo senza riscatto, e dimentichiamoci che le cose possano migliorare, checché ne blaterino i new agers; né bastano i titoli di coda a recare sollievo: l'impressione che accompagna per giorni e giorni dopo la visione è di essere passati in un tritacarne ed esserne usciti vivi.


Una chiave per una sacca resistenziale per sopravvivere a un'infera totentanz simile tuttavia c'è, ed è il costante tenere a mente e nel cuore che testimoniare l'orrore ne risarcisce le vittime. Se si riesce nell'impresa di tenersi buono per tutto il viaggio quest'assunto di base, si passa -sebbene iperventilati- il Rubicone, viceversa è difficile non uscire almeno enormemente scossi da un simile colmo di cupio dissolvi.

TOTENTANZ DER NEKRONAUT: DEATH SCENES

di Nick Bougas

"What this world needs is a good weeping!": Sua Maestà La Vey fa capolino ed è subito obitorio. Tira brezza di cadaverina e idrogeno fosforato nei traumatizzanti 88' minuti ad elevatissimo tasso tanatofilo (i primi di un trittico vieppiù impietoso). Al punto che se non si ha quel minimo sindacale di spirito necrofilo o di inscalfibile imperturbabilità -o di gioioso sadismo- si corre il serio rischio di fuoriuscire profondamente lesi da questa catabasi che ha nel fu nostromo della Chruch of Satan il proprio sobrio, ieratico e serafico traghettatore.

Della morte, dell'amore per la (altrui paura della) morte è tutto maestade e l'esplosione di corpo umano ha subito inizio, senza preamboli o perifrasi, e si scala ad ampie e decise falcate una ziggurat di morte da far impallidire un monaco tibetano, con un passare in rassegna centinaia di agghiaccianti foto d'archivio criminale degli anni 20, 30 e 40 estrapolate dal personale Necronomicon di quel La Vey che giovine si ritrovò a sbarcare il lunario come fotografo per la cronaca nera (chi ben comincia...), dai toni ora ocra ora seppia ora lillà, ritmi
camente scandite dalla circense Danse macabre di Saint-Seans e dalla lunare e disturbante partitura di Lucifer rising, che documentano la dark side di un'america già allora indegna della a maiuscola e infettata dai più feroci serial killer, pervertiti e criminali che si possano immaginare.

Nulla viene risparmiato all'occhio ai nervi al cuore del fruitore: le imago di corpi in frammenti scaraventateci contro non si fermano davanti a niente e nessuno. Arduo descriverle, difficile cernitare, impossibile dimenticarle. La vittoria della fissità sulla dinamya profetizzata da Kafka. Al punto che certe deformità post-mortem eccedono, paradossalmente, l'effetto-vérité finendo col dare l'impressione di una mostra di lavori di Witkin, Bosch, Goya o Bacon visitata dopo una dose cavallina di PCP. Il contraccolpo baconiano è schiacciante. La magnitudo necrofila eccede zenit insostenibili, l'attacco ai sensi è costante, massiccio: Death scenes non è tuttavia d'approccio triviale e di impostazione cialtrona come quell'apologia dell'appositamente ricostruito in studio di Faces of death, né in qualche trasversale modo gratuito e sfacciato come i derivativi collages di Traces of death, e ha i suoi punti di forza in uno sguardo neutrale, quasi serenamente distaccato, in un'oggettività lontana dall'infantile sadismo da epater-le-bourgeois o da tono da mercante del pesce che determina la quasi totalità dei death-movies e dei mondo, e nella documentazione impressionante -e interessante- che abbraccia Dillinger, la Dalia Nera, Jack lo squartatore, Jayne Mansfield su fino ai peggio orrori della prima guerra mondiale, ma è pur sempre uno shockumentario, probabilmente il più devastante che essere umano possa mai affrontare, e davanti a frames di bambini strangolati o neonati con crani sfondati da un cacciavite viene da implorare pietà in lacrime, da domandarsi cosa -masochismo e morbosità a parte- spinge a perpetrare una visione di tal fatta e da prendere a calci a sudovest chiunque soggiacia all'appiglio logico della sempreverde volontà di dio.

La Vey chiude chiosando saggiamente che l'ineluttabilità della morte non deve mai deviarci dalla passione per la vita, ma la posticcia morale della favola arriva tardi ed è più appendicite che appendice, ed è pochissima cosa per farci davvero riavere dallo stordimento e da momenti che torneranno a farci cucù nel dormiveglia.
Non c'è abreazione,
non c'è catarsi: la vita fa schifo e poi muori, e se muori di malo modo vieni immortalato per dimostrare all'ardimentoso voyeur quanto la vita sia un'illusione, la morte una sovrana realtà e il suo corpo una canna in balia del vento della catastrofe, della fatalità e dell'altrui nequizia/follia.

Dopo questo terrifico affondo viene quasi da pensare che nessun altro mondo è più ipotizzabile. Quasi, perché Bougas si armerà di simpatia e allucinanti cose buone dal mondo bastevoli per cucinare altri due sequel, naturalmente uno più indigesto e venefico dell'altro.


sabato 18 aprile 2009

NEUROMECCANICA: OFFICINE SCHWARTZ TRA FABBRICA E CIELO



Il nome ed il logo adottati da questa formazione bergamasca, per quanto ingannevoli, non hanno niente da spartire con le congegnerie bruitiste cui ci hanno straziato/ deliziato/ abituato gli estremisti adepti del filone industriale inglese e tedesco ed epigoni al seguito.
A dispetto delle scelte stilistiche ed espressive, le Officine Neuromeccaniche Schwartz hanno ben pochi debiti -e quei pochi, trasversali- con l'eredità rumorista lasciataci dai vari Z'ev, Test Department, Einsturzende Neubauten e compagnia martellante.
Il fatto che questi 20 operai trasformino da 26 anni il palco in una fabbrica, decidendo di accantonare strumenti tradizionali del circuito rock o elettronico in onore di una vitalizzazione dell'inanimato che li vede manipolare e percuotere catene, ferraglie e bidoni non significa necessariamente trovarsi di fronte all'ennesimo campionario di vuoti ed insostenibili clangori.
Questi cugini dei CCCP propongono ammalianti ibridi di violini e ingranaggi, tromboni e scintille, mazzate di bidoni e velluti di soprano, sirene lancinanti e cori melodiosi, vetri infranti e cornamuse, fughe classicheggianti d'organo e stridori delle catene di montaggio.
Le loro mise en scene, spesso ambientate in spazi tutt'altro che convenzionali e ancor più spesso precedute da parate per le strade, non di rado rinforzate da un approccio multimediale che comprende discipline quali la danza e la videoarte, mirano maggiormente al recupero di una memoria storica, alla voglia/ necessità di non dimenticare, di non far dimenticare, piuttosto che allo stordimento e alla provocazione delle platee.
Quest'ambiziosa ma lodevolissima intenzione/ iniziativa si avvale di richiami folcloristici di molteplici estrazioni culturali ed epocali, quali canti della resistenza bulgara e della guerra civile spagnola, liriche tese ad esprimere la rabbia e gli scioperi dei lavoratori oppressi, sfruttati, malpagati, disdicevoli eventi legati alla prima ed alla seconda guerra mondiale.
Fritz Lang, Sergej Eizenstein, Orwell e Marinetti li avrebbero di certo adorati e c'è da star sicuri che anche André Schwartz, uno scrittore che ha lasciato ai posteri una fiabesca trilogia sul potere, li avrebbe considerati con un certo riguardo...

Dopo l'onore e il piacere di una ventina di loro esibizioni decido nell'aprile 1994 di estorecere maggiori ragguagli biografici al capo-cantiere Osvaldo, compositore coordinatore e Von Karajan dell'ensamble

' Tu hai un cuore ardente per un'azione agghiacciante' (Antigone)


MANOLO MAGNABOSCO - Vogliamo innanzitutto riassumere, per i non addetti ai lavori, come quando e perché è iniziata e perché vi siete battezzati così?

OSVALDO ARIOLDI - Le Officine Schwartz sono sorte nell'autunno del 1983 dopo un periodo di pausa da altre esperienze musicali, con una volontà di dedizione all'espressione di questa nostra civiltà industriale. Siamo partiti con dei concetti che abolissero dei sistemi che non reputavamo validi o idonei per comporre della musica.
Le Officine sono soprattutto nate come contrapposizione alla tendenza musicale di un'epoca in cui vari gruppi "trasgressivi" di suono elettrico o rock si vedevano circoscritti da moda e mass-media. Alcuni militanti di questo standard obiettarono, e si compì una radicale trasformazione del suono, dei relativi strumenti, dell'aspetto proponitivo, del grado di tensione provocato dagli spettacoli, della simbiosi tra musica, proiezione, luce, ombra, buio, fuoco, danza e rumore. Tutto questo per provocare un cambiamento intenzionale di direzione espressiva rispetto alla tendenza di massa, intendendo per massa anche la numerosa congrega "alternativa" dominata inconsciamente e suo malgrado, dall'ennesima transitoria moda.
Le principali scelte ed operazioni di taglio espressivo con le quali, a testa bassa, sono partite le Officine sono state l'abolizione/ boicottaggio della batteria come strumento ritmico, considerata in ferma evoluzione da una trentina d'anni e timbricamente limitata. L'abbiamo "rinnovata" e sostituita con ritmi elettronici e strumenti a percussione impropri quali bidoni di ferro, tubi e pressofusi metallici, griglie, catene, lamiere, trapani, vetri, televisori da distruggere... ci siamo diretti verso un uso corale e meccanico dei ritmi, a rappresentazione del lavoro in un reparto di fabbrica.
Quel che ci eccitava era che con £20.000 riuscivamo a procurarci strumenti per quattro persone da un rottamaio; ferraglie abbandonate e arrugginite che tempo prima erano servite per tutt'altri scopi. Riutilizzare materiale che a suo tempo era servito per il lavoro è stata per noi una sorta di rivendicazione.
Un'altra convenzione alla quale le Officine hanno detto spietatamente "no!" è la figura del cantante front-man, che a nostro avviso non c'entra niente con la musica ma fa invece parte di un'estetica di dubbio gusto creata dalla propaganda e dalle mode. Abbiamo obiettato al convenzionale sistema 'voce=cantante' con una redistribuzione corale della melodia, relegando al solista solo recitativi e sottovoce.
C'è inoltre stata la presa di coscienza del Rumore come riferimento culturale di un'era industriale e quindi abbiamo incominciato a sfruttare l'abbinamento di armonia e rumore, di suoni piacevoli e di rumori fastidiosi...

MM - Nonché di suoni fastidiosi e di rumori piacevoli...

OA - Anche. Senza risparmiare i silenzi. Mentre musiche importate dall'America - terra da noi accoratamente detestata per il basso, a nostro avviso, gusto estetico e ancor più piatto potenziale espressivo - non ci attraevano, noi abbiamo preferito non assoggettarci al colonialismo musicale angloamericano, evitando di scimmiottare tale stile con l'uso di una lingua incomprensibile e di diventare qualcosa per pochi eletti.
Le Officine hanno sempre cercato di creare qualcosa la cui fruitura fosse per tutti: per i bambini, per i vecchi partigiani, per i lavoratori, per i giovani, a patto che chiunque ascoltasse fosse disposto a lasciare a casa le proprie mode.
I riferimenti ai modi sinfonici di composizione comprendono suoni e silenzi, pianissimo e fortissimo, contrasti tra armonia e bruitismo.
I soggetti sui quali si è lavorato riguardano principalmente il suono/ ritmo/ rumore della macchina meccanica, la cultura storica del lavoro, il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, il lavoro durante la guerra, gli incidenti in fabbrica, l'amore/ odio per i tempi moderni e lo scambio culturale, scelto o forzato, dato dall'emigrazione e dall'immigrazione dei lavoratori.
Il tutto senza usare strumenti-simbolo della cultura rock quali basso e chitarra elettrica, eccetto che per scopi non tradizionali ( basso ad arco oppure a larsen ).
Non siamo mai stati interessati ad avere un genere o un modo definibile, quanto a creare suono e atmosfera utilizzando vari strumenti e dimensioni sonore dettate dal soggetto in espressione, quindi conseguenze di forme differenti tra di loro.
Agli esordi eravamo cinque audaci sperimentatori; nel corso di questi anni si sono avvicendati una quarantina di soggetti. Attualmente siamo in venti.
I criteri di lavoro che ti ho esposto sono tutt'ora operanti.

MM - Perché Officine Schwartz?

OA - Chiamare il gruppo "Officine" ci poneva al di là di una barriera espressiva ben lontana dalla civettuoleria della tendenza e dai suoi contenuti di plastica.
Schwartz invece è un nome che appartiene alla mia strada, alla mia cultura infantile, al mio percorso di vita. Il nome fu scelto per ragioni di estetica eufonica.
Adesso un nome come questo lo potrebbe utilizzare chiunque, perché dal 1980 si è stati testimoni di una grande degenerazione estetica , di uno strabordante pessimo gusto esteso un po' dappertutto; in suo nome qualsiasi cosa viene storpiata o abbruttita giusto per il tono di fare qualcosa di "nuovo", di "originale".
Nel 1983 una banda musicale e multimediale che si firmava Officine era particolare, anche inquietante. All'epoca chiamarsi così e portare un set di bidoni e lamiere su un palco necessitava di un po' di pelo. Ora tra tv e tempi moderni ne han combinate di ogni colore.
All'epoca invece erano innovazioni; son contento di aver fatto qualcosa di sentito e di aver avuto la possibilità, grazie anche ai numerosi colleghi succedutisi di volta in volta, di continuare sempre a fare delle cose che ci piacevano.
Un nome simile segnala la proposta estetica ed espressiva " in positivo " di lavoratori, artigiani, impiegati, studenti, operai, metalmeccanici, volontari. Ma non si crede alla gioia del lavoro per lavorare sempre di più e per opprimere il popolo, come voleva il Duce, ma nel fatto di poter essere presenti in maniera fisica, operare con la propria forza, le proprie energie, le proprie idee per un contributo.

MM - Le costanti più spiacevoli del lavoro quali lo sfruttamento, il lavoro come orwelliano stratagemma di oppressione, la disoccupazione, l'alienazione da lavoro sembrano essere il vostro maggior cruccio espressivo su palco e su vinile...

OA - Quand'ero più giovane ho lavorato in fabbrica, e quest'esperienza è stata pesante e piuttosto brutta.
Quando le Officine sono nate abbiamo scelto di esprimere nella nostra musica contenuti di un certo spessore, che riguardassero da vicino l'esperienza quotidiana di vita della quasi totalità delle persone. Da qui la scelta del lavoro come tematica, con tutte le sue brutture e le sue pesantezze.
Salire su un palco e percepire di fronte a te poca o molta gente che ti guarda o ti ascolta, ti mette nella condizione di avere qualcosa d'importante e di non banale da esprimere.
Parlare di lavoro per noi racchiude in se molteplici aspetti diversi, che hanno anche riferimenti culturali e storici precisi. Quando saliamo sul palco vestiti con la tuta blu, l'Operaio a cui facciamo riferimento, che in un certo senso noi in quel momento rappresentiamo, è quello meccanico della prima industrializzazione, l'Operaio ottocentesco. Questo soggetto, legato alla macchina, che per più di dieci ore al giorno ripete gli stessi gesti, che è sfruttato e tiranneggiato dal padrone, che è malpagato, privo di diritti e di chi li difende, costretto in quella condizione per la propria sopravvivenza materiale, diventa per noi una figura quasi mitica, un simbolo della condizione umana.
Questo operaio vuole essere metafora della quotidianità di chi si sente schiacciato da una realtà che non è a propria misura, che tende a creare distanza e fratture tra le persone, conflitti e assenza di comunicazione.
E' il simbolo di chi si sente profondamente a disagio all'interno di un mondo, di uno stato, di una città in cui sembra essere più felice chi è più uguale agli altri, alle conformità che comanda il padrone-televisione, il padrone-moda, il padrone-denaro... l'Operaio continua a lavorare, ma intanto sogna e progetta la distruzione della fabbrica.
Il tema del lavoro nei nostri spettacoli non è presente soltanto in questo suo aspetto simbolico. L'Operaio, e più in generale il lavoratore, diventa una figura molto concreta e attuale quando parliamo di scioperi, di incidenti in cantiere e in fabbrica, di lavoratori extracomunitari che vorrebbero tornare a casa e di disoccupati stranieri che dall'Italia vengono rispediti in Africa.
Inoltre, in molti aspetti dei nostri brani, cerchiamo anche di contribuire a rivendicare una memoria storica intorno a fatti del passato recente.
Cosa che abbiamo fatto, ad esempio, con lo spettacolo " Remanium Dentaurum ". Oltre ad assemblaggi sonori di spontanea sperimentazione, si è avvertita l'esigenza di un lavoro più composito, più totale. Tutto è iniziato da un'architettura - o carpenteria - di base... Remanium Dentaurum era una composizione per area basata sulla rotazione e sincronizzazione dei tempi dei media usati. Per il "colore di fondo" utilizzammo un fatto storico della Cultura del Lavoro: il bombardamento alla Dalmine. Questa fabbrica siderurgica, che si trova in provincia di Bergamo, produceva, tra le altre cose, anche le ogive per le V2 tedesche. Il Warenkopf non fece suonare l'allarme aereo per non interrompere la produzione, così i bombardieri americani sganciarono tutto il loro carico sulle teste degli operai al lavoro.
Altre tinte, oltre a luci e proiezioni, furono date da elevazioni alla meccanica, denunce cantate di incidenti sul lavoro, rumore e ancora rumore. Il progetto costò ben quattro anni di elaborazione, fu presentato per un'unica volta nel marzo dell'88 ed eseguito da 18 elementi.
La composizione era progettata per otto ore, lunga quanto un turno; noi agivamo lungo il perimetro di un capannone, lasciando il pubblico in mezzo, al contrario di quel che avviene di norma.
Tutto è già stato fatto. Non ci resta che ripetere. E allora perché non farlo coscientemente, dando varie chiavi di rapporti ogni volta differenti, motivati e gratuiti allo stesso tempo? C'è sempre una giustificazione, c'è sempre un accordo, volenti o nolenti.
In questo magma di combinazioni, contraddizioni e dissonanze che era la Remanium, abbiamo voluto infine fare una proposta di possibile ordine o convergenza, che non è però la soluzione finale; tutto continua comunque e si ripete aldilà delle ore a nostra disposizione, con lo stesso caos, la stessa caparbietà, lo stesso ineluttabile divenire.
Trasformare strumenti di lavoro o merce prodotta da lavoratori in strumenti sonori rappresenta inoltre una sorta di grande rivalsa, di reinterpretazione e di vendetta.

MM - Quindi in che misura acquista una valenza rituale quanto avviene sul vostro palco?

OA - Un rituale?!?

MM - Si, un esorcismo o l'integrazione di qualcosa che manca... mi hai appena detto che tendete a trasformare un rottame in uno strumento musicale, vendicandovene; questo processo di rianimazione e di rivendicazione mi fa pensare che in qualche maniera avete intenzione di operare un esorcismo. Fino a che punto un vostro spettacolo può essere considerato un rito tribale?

OA - No, non direi affatto che ciò che avviene sul palco durante i nostri spettacoli sia un rituale. Il rito è qualcosa che ha a che fare con la parte più istintiva dell'uomo. Nel rito non ci sono spettatori, non c'è un palco; tutta la tribù è intorno allo sciamano, danza e canta con lui. Il rito riguarda una credenza, una fede che accomuna tutti.
Ciò che avviene nei nostri spettacoli è più simile alla rappresentazione di un mito. Il mito è un'architettura della realtà che appartiene al livello razionale, non istintivo, dell'uomo.
Sul palco noi raccontiamo un mito, una storia senza celebrare nulla: non c'è nessuna tribù, nessuno sciamano, ci sono gli attori-musicisti e c'è il pubblico che guarda e ascolta... forse l'estetica e le sonorità proposte fanno pensare ad aspetti tribali/ rituali. Quando suoniamo un pezzo di ferro non crediamo di operare nessun esorcismo, semplicemente utilizziamo il nostro pensiero divergente, sarebbe a dire quella "parte del cervello" che tutti hanno - che molti ignorano e non usano - che permette di essere creativi e fantasiosi, nel nostro caso di trasformare un bidone che conteneva petrolio in un bidompano ( bidone + timpano ).

MM - A proposito di pubblico, che sangue corre con esso? Riuscite ad instaurare un polo dialettico?

OA - L'approccio che le Officine Schwartz hanno sempre tenuto con il pubblico è di tipo teatrale: ci presentiamo come lavoratori in una fabbrica all'opera, che hanno un turno da eseguire, con un inizio e una fine, lasciando sempre libero chi ci guarda e ascolta di farsi idee proprie o di non farsene affatto.
Comunque dobbiamo sottolineare che il livello di comunicabilità con il pubblico è cambiato nel corso degli anni. Le prime Officine, ponendosi in netta contrapposizione con le mode musicali dell'epoca, avevano come intento prioritario quello di provocare, di scuotere, musicalmente e contenutisticamente chi stava davanti a loro, portandoli in una dimensione fatta di temi e atmosfere pesanti, di terrore e di gelo.
Non c'era intenzionalità comunicativa, ma quella di trasmettere una forte scossa.
Mantenendo fermo nel tempo lo spessore dei temi che le Officine hanno affrontato e affrontano, è andato maturando nel gruppo un maggiore intento comunicativo, senza però rientrare nelle convenzioni relazionali di massa, rimanendo fuori dai giochi propagandistici, didascalici e moralistici. Ci siamo muniti anche di ironia, di cinismo, cercando di rendere visibili e palpabili i molteplici aspetti del reale.
Lo stesso fatto, come ad esempio il turno di lavoro alla catena di montaggio, può essere visitato artisticamente in vari modi: è l'ambiente opprimente dove dominano gli stridori e i tempi della macchina, è l'operaio che crea un legame grottesco con la sua macchina-carnefice.
A chi ci sta di fronte diamo le coordinate riguardanti l'origine del lavoro, nella sua storia e nella sua costruzione. Tutto il resto - interpretazioni, emozioni, sensazioni, giudizi - è del pubblico.

MM - Gli outsiders della corrente industriale si preoccupavano di analizzare i rapporti uomo/ macchina con una dose di cinismo, nichilismo e pulsioni iconoclaste inenarrabili, proponendo prodotti violenti, sonorità e tematiche drastiche, atteggiamenti autoritari e spesso anche rissosi e ai limiti del lecito con le platee... da un loro spettacolo si usciva annichiliti, storditi, irritati, a volte scioccati. Agli esponenti di tale corrente interessava creare cariche di tensione funzionali alla trasmissione e alla percezione di quell'universo desolato e desolante che George Orwell profetizzò quasi mezzo secolo fa. Mi sembra che le Officine Schwartz si muovano in una direzione che comprende, oltre al frastuono a perdere, anche un'ottica -se mi passi la parolaccia- romantica, positivista... ruggine e clangori cedono spesso il posto a massicce iniezioni di armonia portate da cori, fiati, organi, violini, cornamuse, fisarmoniche, canti popolari, elegie, kyrie... il che tende ad ammorbidire notevolmente il discorso, a vederlo sotto un'angolazione quasi romantica o positivista; qual'è il retroscena di un'operazione sincretica come la vostra e quali pensate siano le principali divergenze tra voi e un gruppo industrial?

OA - Penso che la vera musica industriale, nel senso di "prodotta per il consumo di massa", sia il rock.
La prima volta che sentii il termine "musica industriale" fu durante una conversazione sulla musica moderna e sulla sua inutilità e fu proprio un mio amico musicista ad usarlo per definire l'importanza di esprimere una realtà culturalmente vicina a noi, anche se esteticamente poco accattivante - edilizia, deturpazione generale, operai con i loro problemi -, tant'è che pensai che l'espressione l'avesse inventata lui.
Solo due anni dopo trovai una rivista, "Industrial Music", edita nel 78 dai Throbbing Gristle; parlava di quelli che erano all'epoca i più noti 'artisti del rumore' - Z'ev, SPK, Non, TG etc - e delle loro particolarità...
Concordo in pieno che la linea d'obbligo della corrente industriale sia piuttosto violenta nei suoi suoni ed estrema nelle sue composizioni, ed è indubbia l'efficacia che ha sul pubblico un'azione sonora di Vivenza, bruitista di Grenoble.
Ripeto, quando nacquero le Officine, tutto ciò mi era ignoto, il mio operato fu spontaneo, rumore e sogno erano la mia quotidianità da sempre.
Trovo estremamente errato comporre forti intensità e perseverare in esse. Anche perché l'orecchio si abitua, dopo pochi secondi ciò che era estremo diventa la norma, e subito dopo una moda. Molto più interessante ed incisivo è comporre sussurri che parlano di un'esplosione; essi possono raggiungere intensità emotive maggiori di quelle suscitate da un boato.
Non è un modo per ammorbidire il discorso o per rendere il tutto romantico e positivista, oggi siamo profondamente contrari all'idea che per comunicare qualcosa d'intenso al pubblico sia necessario disgustarlo. La musica industriale nella sua evoluzione è stata contaminata prevalentemente dalle tendenze musicali di volta in volta di moda - dance, house, techno - , noi preferiamo lasciarci contaminare dai soggetti e dalle situazioni che esprimiamo.
Non si può parlare della guerra in montagna riproducendo il fondo sonoro di una metropoli.
L'utilizzo del canto della tradizione operaia e popolare e di cori, fiati, cornamuse si colloca, come del resto molte altre scelte espressive, nell'ambito della ricerca che stiamo conducendo in merito al recupero della memoria storica. Non si tratta di nostalgia di valori e tradizioni perdute, è semplicemente il bisogno di recuperare ritmi e tempi più a misura d'uomo.

MM - Però il gusto retrò di molte vostre composizioni mi induce a pensare che a vostro modo vi portate dietro una certa dose di nostalgia... Ecco, in questa componente nostalgica che tu e le Officine avete - o comunque, trasmettete - è implicito il desiderio di voler tornare a certi valori e tradizioni persi, irrecuperabili o incerti, a certa bellezza della vita popolare sfuggita sempre più di mano dalla nascita dell' era industriale in poi?

OA - Infatti la bellezza della vita popolare se n'è proprio andata, non esiste più. Parecchio tempo addietro i nervi del prossimo erano un po' meno veloci e di conseguenza si viveva meglio. Porto con me della nostalgia di pace che mi serve per appoggiarmi nelle composizioni.
Noi abbiamo la fabbrica alle spalle ma comunque anche la terra sotto i piedi e il cielo davanti; miriamo a stare bene, non siamo masochisti. Se il nostro suono è a tratti "brutto" è per via della bruttezza del quadro rappresentato.

MM - Di cosa è costituito l'immaginario politico e ideologico delle Officine Schwartz? Siete sostenitori o detrattori di particolari elementi o situazioni passate e presenti?

OA - Le Officine partono dal presupposto di non porsi pro o contro qualcosa, ma di farsi testimoni, di essere staffetta della memoria storica delle oppressioni e delle lotte che l'operaio in particolare e l'uomo sociale in generale portano avanti costantemente rivendicando il proprio esistere, la propria dignità, i propri diritti.
Testimoni di bombardamenti, stragi di stato, vittime sul lavoro, dello sfruttamento esasperato dell'uomo e dell'intolleranza.

MM - Corre voce che avete interagito con illustri entità quali La Fura dels Baus e Giovanni Ferretti. Avete in programma futuri incastri con altre personalità "artistiche"?

OA - Le collaborazioni e le interazioni con altri gruppi o artisti sono sempre state per noi un terreno molto fertile di creatività e costruzione di nuovi lavori. Riguardo la Fura dels Baus e Giovanni Ferretti, io ho personalmente dei contatti e dei rapporti, ma non hanno mai collaborato con le Officine. Sono stati invece avviati cantieri di lavoro espressivo con Andrea Chiesi, pittore, e con Valeria Prandi, poetessa, che sono culminati nelle rappresentazioni multimediali de "L'Opificio" e di "De Bellica Machina".
Un'altra collaborazione produttiva è avvenuta con Ravenna Teatro, che ci propose un lavoro sulla Resistenza avendo ascoltato il coro di "Ciao bella" durante un nostro concerto.
Questa musica, scaturita spontaneamente, fu poi composta come obiezione alla popolare "Bella Ciao", simbolo della Resistenza Partigiana, che parlava di morti sepolti in montagna a tempo di polka. Con Ravenna Teatro abbiamo percorso un lungo cammino di ricerca nella Memoria della Resistenza, attraverso la testimonianza diretta di attiviste partigiane ravennati e quella, mediata dalle Officina, di canti di lotta e di resistenza dell'area romagnola.

MM - Considerando che non avete mai rappresentato due volte lo stesso spettacolo, c'è un disco o un lavoro in particolare che vi rappresenta maggiormente?

OA - Incidere dischi non è il nostro lavoro, tanto meno il nostro obiettivo; s'incidono solo per avere un più esteso raggio di comunicazione, per decretare la propria presenza. Sono anche una specie di veicolo economico - ma non nel nostro caso.... Li facciamo perché perlomeno ci sarà qualcuno che sa che esisti e ti potrebbe dare la possibilità di esibirci e di fare spettacoli, che è poi quella che di più ci interessa. La nostra dimensione è quella di un reparto al lavoro, attivo e dinamico, non quella dietro una consolle di registrazione.
Tutti i lavori eseguiti ci rappresentano, ogni spettacolo è un nuovo punto d'arrivo, una sintesi della nostra evoluzione, in quel dato momento storico del nostro percorso.
Tra tutti, oltre al già citato Remanium Dentaurum, ricordo un'esibizione avvenuta in un teatro naturale, tra le rocce, sfruttando solo l'acustica del luogo e il riverbero ambientale. Ricordo anche una chiesa sconsacrata e ho piacevole memoria anche della fabbrica a Bologna.
Noi suoniamo anche per strada, le Officine sono anche una banda pronta a organizzare parate.

MM - Cosa dovremo aspettarci in futuro dalle produzioni made in Schwartz?

OA - Attualmente stiamo preparando uno spettacolo nuovo, che non ha collaborazioni esterne e che richiederà tempi lunghi. Non appartenendo ad un genere non abbiamo mai fatto due cose uguali, ogni cosa che si crea è sempre nuova, diversa. La formazione stessa non è sempre quella, la gente va e viene; la gente che arriva porta qualcosa di suo, chi va via lo toglie. Chi è rimasto sta lavorando a del materiale inedito.