domenica 18 agosto 2013

A COLLOQUIO CON L'OLTRE DELLO SPECCHIO - L'EPOPEA DELLO SCHMERZ DI GIANNI PEDRETTI


     Le dolci carezze della tristezza

Il giardino delle lacrime

Inferno


la copertina della cassetta

Dietro il malessere triadico di Colloquio si cela l'invernale Gianni Pedretti che, patrocinato da un ricco armamentario di synth, tastiere, campionatori, pedaliere e diavolerie assortite, dimostra di saper trasformare come pochissimi altri foglie secche ed umide notti nebbiose in musica, con alchimie sonore che evocano le radici primeve dello spleen e del thanatos. 
L'insieme è una miscela di elegie siderali, melmose e ceree (che ricordano HJ Roedelius nelle sue declinazioni più malinconiche o fanno pensare ad un JM Jarre irrancidito) ed esistenzialismi sartriani ai quali ben s'attaglia il vocione quasi baritonale e dimesso del nostro (prevalentemente effettato e filtrato).
Peccato per l'indefinito versante testuale, con liriche sempre sballottate tra il sublime e il mondano, il banale e l'ineffabile, l'astruso e l'immediato, con qualche cedimento nello stucchevole: il senso della vecchiezza precoce, della fine dietro la porta, l'amarezza per amori perduti idealizzati sempiterni, l'impietosità dello scoccar degli anni, la lacerazione per i commiati definitivi e per l'irreparabile si tengono per mano in questo tetro girotondo dello scoramento, della nausea e del nichilismo. Le dolci carezze della tristezza è piano-bar per aspiranti suicidi e monomaniaci divelti dalla più aspra solitudine. Un lavoro che stilla disincanto e vischiosa disperazione, tanto più intensa quanto appena sussurrata. Il mio applauso va però a Quando sarò polvere, Sequenze I e II, Nel Tempo e Nel Vuoto: 5 tracce strumentali minimali e claustrofobiche, da brividi lungo la schiena.
L'innaffiatoio che irrora Il giardino delle lacrime contiene una miscela di glaciali partiture(Lacrime), sintetiche schegge danzerecce ora marziali (Forte il vento) ora spettrali(L'angolo della vita) e cupi decadenti astratti lied (Io e te Pier; Il tuo mondo). Intimismo, rimorsi rimpianti foto sbiadite sono i frutti della semina di questo "confesso che non ho vissuto". Che abbisognerebbero di qualche innesto; le liriche non sono calibrate al meglio e gli acari, sotto forma di balorde scivolate claydermaniane, da fotoromanzo, sanremoidi (La forma dell'addio, Bellavita, La dea del trono d'acciaio) deturpano il roseto e fanno perdere, ahimè, parecchia linfa alla cupa austerità dell'insieme.
Inferno regala altri abbacinanti frammenti di tenebra; musica da camera mortuaria, sinfonie per veglie funebri o per marce di sepoltura, cori gregoriani, sibili sinistri, voci rallentate, brani al contrario. Cimiteriale ed infero quanto basta, ma non sempre convincente causa alcuni inopportuni passaggi -testuali e non- da club dei cuori solitari (A te come va). Kleist e Cioran avrebbero apprezzato. Per quel che può valere, gradisco non poco anch'io; sentiremo parlare di lui. Ad majora!



Colloquio - Io e l'Altro

Quando vennero dispensate Angoscia, Inquietudine, Disperazione, Infelicità ed Anelito Suicida, Pedretti ha fatto il furbo durante la coda lasciando a mani quasi vuote il resto degli astanti in fila.
Io e l'Altro riflette esemplifica comprime superbamente questa supposizione.
Lavoro di concetto sull'astrazione dell'esserci, studio sulla scaturigine della sofferenza e della Patologia tradotte analogicamente/simultaneamente in raggiera sonora con una sapienza evocativa sbalorditiva.
Kafkiano, glacialmente lirico, cumulonemboso, denso di umori tetri e di organici collassi, una tesi di laurea ad honorem sul nemico interiore e insieme catalogo dell'afflizione, di certo la più convincente tra le sue opere, trasmette un'inquietudine claustrofobica ed un elevato senso di morte, disfatta e sprofondamento che non riscontravo e pativo più -fatte le debite proporzioni- dal decesso di Curtis, dal cui malessere Pedretti si è senz'altro fatto attraversare non senza voluttà.
Come tutti i lavori che non distinguono il Vuoto dall'Immenso, l'Eden dal mattatoio, la catastrofe dall'Estasi e come tutti i lavori che surrogano il suicidio o l'eccidio, anche quest'ultimo di Colloquio, intriso di sacrosanto solipsismo, non si preoccupa di dover piacere tramite fallaci scappatoie quali stile o tecnica, e soprattutto non presta mai il fianco ad ascolti accomodanti o disimpegnati. 
Non si può disinvoltamente assimilare il Sacrificio di Pedretti se non si è già lubrificati di spirito sacrificale/sacrificato e fascinazione per le macerie e per quanto di moribondo vi giace sepolto sotto.
Arduo operare esegetiche dissezioni dei singoli brani: la forza dell'operato di Pedretti è quella di (s)offrire Malinconia, Scoramento e Lutto negando però il falso ri(s)catto emotivo dell'esorcismo e della catarsi: suoni bui come un cielo notturno senza stelle, centripeti e commoventi nel senso più divorante del termine, Musica restituita alla Liturgia, atmosfere da corridoio manicomiale che devastano anima e psiche, risultati che nemmeno il più pomposo dark-gothic riesce a offrire.
Intonazioni del proprio canto funebre imprescindibili dal do-ut-des, cui non si può prestare ascolto tutti i giorni, allo stesso modo in cui non si può presenziare quotidianamente a un funerale. Più che un colloquio, una colliquazione. Un patalogo, più che un monologo. Un de(re)liquio, più che un soliloquio.
A mio avviso, una delle entità più ingiustamente e scandalosamente sottostimate d'Italia. 
Recuperate, gente, recuperate!


(1996)

venerdì 16 agosto 2013

LA GRANDE BELLEZZA

di
Paolo Sorrentino


Il sorrentiniano Enter the void in un'amara vita post-felliniana post-esistenzialista post-postmoderna post-mortem e post-tutto, annegata e abnegata in una Roma che fa la stupida e la stronzetta tutte le sere (ma anche le mattine e i pomeriggi non scherzano), più triste di una bestia randagia dopo il coito del boom 60's. 

Laddove titaneggia il nulla, non rimane che lo stile, per (fingere di) maiuscolare il vuoto, e in ciò Paolo Paolo Pa Paolo Maledetto non si fa mancare niente: usa (l'immancabile) Celine come apripista per un viaggio senza termine della notte, coreografa festini (e destini) come fossero totentanz, rende aristocratico ogni movimento di macchina, solenne ogni primo piano, lapidaria ogni riga di sceneggiatura, dirige come se ogni secondo dovesse far sprofondare il mondo, osserva i suoi personaggi telescopicamente come fossero stelle morte e al tempo stesso pianeti mai avvistati prima da occhio astronomico alcuno (un peccato che non abbia reso ancor più tragico sfaccetatto approfondito Verdone, circoscritto invece per l'ennesima volta alla macchietta che è sempre stato - ma quando accarezza registri davvero drammatici si nota il felice scarto che avremmo avuto se usato diversamente fino in fondo: potremmo dire altrettanto per il personaggio della Ferilli nei confronti della quale avrebbe potuto compiere una maggiore opera di demolizione metalinguistica, ma anziché farli davvero uscire dal guscio e dalla riconoscibilità, rendendoli alieni e rinati, si accontenta di rilanciarli uguali a se stessi. Ma in fondo è un'opera in cui il nulla la fa da mattatore, ed è giusto che li abbia lasciati in quel poco e nulla a cui sono sempre appartenuti. per cui pazienza, va benissimo anche così), mentre un Servillo sublime ai limiti dell'ineffabile svuota e riempie la scena a piacimento, masticando le più aspre e indigeste sentenze come fossero big-babol con cui fare enormi bolle di ferocia rosata, e trasudando charisma anche quando sta immobile e silente.
Il tutto affrancandosi dal peggior Tornatore che gli rimase appicicato addosso con This must be the place (ci ricade un po' a onor del vero nel finale tanto stucchevole quanto consapevole di esserlo).

 Può piacere o no, lasciare disgustati o euforici, estenuati o estasiati o tutto questo assieme, ma a Sorrentino cimentarsi nel rodeo col Vuoto riesce dannatamente bene.

La grande bellezza è quella che non è ancora arrivata, che non arriverà mai, che vince giocando a nascondino, un simulacro della quale resta in dispettosa differita.

Il perfetto film di un regista imperfetto, l'imperfetto film di un regista perfetto, fate voi ma immergetevici quanto prima.

 

LITTLE DEATHS

                                                                               di 

Sean Hogan, Andrew Parkinson, Simon Rumley


Austera trilogia del cimiteros, sorta di Creepshow austero il cui filo rosso (bianco, meglio dire, data la puntigliosità con la quale il biancastro elisir di lunga morte schizza in faccia alla platea) è la sinusoidalità/l'equivalenza di un eros deviato e di un thanatos sempre in agguathos. Orgasmo e morte sono sinusoidali, se non monomi equivalenti, e non l'avessimo capita con Buttgereit qua ci si mettono in tre a elargirci ripetizioni

Il primo episodio lascia presagire grandi fuochi d'artificio e si riduce a un pugno di pulviscolo, con sviluppi narrativi e figurativi (non accennabili pena rischio spoiler) inversamente proporzionali alle promesse fatte, per poi finire nelle secche di una sbrigatività che ci porta in un flap di palpebra dal tanto ventilato K2 alle  manciatine di sabbia, per poi defilarsi con un beffardo detour conclusivo da mani sul pacco.



Parkinson delira a tutta propulsione in un ribollire di fantasia e originalità (nonché sperma a secchiate, dal quale viene sintetizzata una droga non dissimile dalla telepatina) e indubbiamente è visivamente il più affascinante (con atmosfere e soluzioni iconiche barkeriane che ricordano molto da vicino Necromentia o il Caro più marcescente e meno ruffiano), ma si regge in piedi a fatica sul propulsivo delirio che sciorina, lo script si prodiga in tripli carpiati sui quali però presto si incarta lasciando dietro di sé un senso di incompiutezza e di fastidioso squilibrio narrativo. 



Rumley è nella sua linearità colui che fa portare a casa più di una altrimenti risicata sufficienza, scodellando una sorta di update con gli interessi della cagna di ferreriana memoria con un finale probabilmente snasabile già dopo i primi due minuti, ma di efficace cattiveria e soluzioni tecnico-visive da sentito plauso: la forsennata stroboscopia rossoblu usata come didascalia della disperazione e della rabbia del protagonista è un'intelligente scelta tutt'altro che da pivelli di pelo damsiano. A questo episodio il merito di risollevare le sorti di un trittico il cui fascino è nettamente superato dal suo squilibrio.




In buona sostanza, nulla per cui gridare al capo d'opera, e nemmeno così eccessivo, scabroso e violento come altrove è stato dipinto (il delirio dell'ep2, è talmente esuberato visivamente e farneticante narrativamente che il mostrato diventa quasi invisibile, e comunque non perturbante né offensivo - ma non è nemmeno Zanussi, intendiamoci), ma non mancano momenti e motivi formali come sostanziali di indiscutibile interesse.

mercoledì 14 agosto 2013

THE THEATRE BIZARRE


di Douglas Buck, Buddy Giovinazzo, David Gregory, Karim Hussain, Jeremy Kasten, Tom Savini, Richard Stanley.






A quanto sembra sta riesplodendo la febbre delle antologie horror: probabilmente è una scappatoia per sopperire a difficoltà produttive e garantire il contenimento delle spese, sta di fatto che tra bazar e bizarre il passo è brevissimo, e questo film va a formare assieme ai relativamente recenti Trick'n'treats, V/h/s 1 e 2, Chillerma, The abc's of death, Little deaths e Deadtime stories una ideale new-wave dell'horror in pillole.

I singoli frutti della discreta macedonia sono di sapore naturalmente diseguale (ora troppo maturi, ora troppo acerbi), e di inevitabile squilibrio narrativo, 3/4 dei cineasti coinvolti (come vedremo, una rimpatriata di desaparecidos early 90's) si applicano ma arrivano spesso zoppi e col fiatone a un traguardo potenzialmente ragguardevole. Diciamo che buona parte funziona più sulla carta che su telo proiettivo, e marca il baratro che spesso separa progetto e sua messa in pratica, buona volontà (che ben sappiamo, non è mai bastevole) e risultato finale.

La ciccia: il primo revenant è un Richard Stanley di cui si eran perse le orme da demoniaca (ingiudicabile nella sua bistrattata edizione tricolore sfilzata da 103' a circa 90) . Era forse meglio non ritrovarle, dato che qua ci riconferma come quanto e perché il cinema dovrebbe lasciar riposare in pace Lovecraft (e, per esteso, la buonanima di Fulci): il bric-a-brac di omaggi (Frogs in primis) sarà anche sentito ma l'esito è di una pochezza che lascia atterriti e non troppo lontano dal grezzume dei fumetti pornhorror anni 70 (Oltretomba su tutti), con le collezioni dei quali Stanley sembra essere andato in overload prima di girare.




La mano passa a un Giovinazzo con un senso tutto suo dell'amor vincit omnia,che tratteggia con acuminata asprezza l'ossessione e le derive della possessività; un segmento che quasi si sopraeleva su tutta l'equipe, ma che nel suo pur crudo e ficcante approccio allo stress post traumatico da abbandono non si affranca mai del tutto da certe imbarazzanti modalità televisive 80's che qua e là depotenziano l'ensamble.


È quindi la volta di un Savini beetlejuice che si diverte un mondo a fare degli archetipi freudiani e junghiani più usurati (la fobia della femme castratrice, la vagina dentata etc) delle matrjoschke, una mise en abime a base di sogni più o meno lucidi, più o meno trucidi, con esiti che suscitano quella simpatia sotto alla quale viene anche voglia di sganciargli due schicchere per non essersela saputa giocare meglio, magari privilegiando toni meno burleschi, più seri, cupi e severi.




Buck è l'unico che si sopraeleva sopra il mero divertissment, accantonando macabrismi di routine, splatterate in caduta libera, modalità folli e sguaiatamente fanzinare per omaggiarci di quello che è il gioiello del lotto che da solo vale tutta la tratta (quasi due ore di morbidezza, per inciso): la morte scoperta ed esplorata attraverso gli occhi di una bambina, accompagnata per mano da una madre che fa della propedeutica un apologo della poesia. Elegiaco, rarefatto, commovente, e con una forma di spiazzante maturità registica, rigore estetico ed eleganza figurativa, fa venir voglia di sottrarre alle secche di un oblio forse immeritato tutta la precedente opera del regista e provvede ad elevare il giudizio complessivo sopra la risicata sufficienza.



Non si fa in tempo a ben sperare, che la pacchia finisce presto: anche l'Hussein di quel pastrocchio che risponde al nome di Subconscious cruelty viene ripescato dal sacco, e se è vero che ha perso il pelo di un surrealismo da manuale delle giovani marmotte, non ha perso il vizio di un didascalismo vieto e mortificante e di un simbolismo urlato col megafono che dà ai nervi, ambedue raddoppiati da una irritante voice over che sgomita quanto dovrebbe restare sfumato e che sta lì a sottendere "mi sa che sto troppo avanti, forse tu spettatore plebeo sei in difetto di comprendonio e non ce la puoi fare, tocca sottolineare passo passo". Ed ecco che ogni fotogramma pare gridarti all'orecchio "METAFORONE!!!".
Un inopportuno rafforzativo che sbagascia un'ideuzza in sé nemmeno così malvagia, che poteva potenzialmente portare a lidi più spiazzanti e meno frusti (la vita/morte ridotta a spacciabile mediateca, il vissuto come teca di imago con cui andare in overdose: strange days anyone?) e moralisti (tutto il meta-blablabla sulla colpevolezza dello spettatore), nonché la riprova che Hussein è un bravissimo direttore della fotografia e a ciò dovrebbe strettamente attenersi (si veda anche il sopraffino taglio che il suo apporto dà alla strepitosa Hannibal), senza scivolare sulla buccia di banana di regie dettate dall'ansiosa brama di épater a tutti i costi a colpi di teoria da bancarella napoletana frammista all'ultrasplatter autoriale.



Poveri noi che abbiam pensato a Hussein come all'episodio più insopportabile del mazzo: la staffetta passa per l'ultima volta di mano e si frana definitivamente nello scempio più irrimediabile con l'ultimo episodio firmato dallo stesso produttore, tal Gregory, che gioca a intersecare grandi abbuffate con echi cannibalici di greenawayano memento e un finale che pare il reboot di quello di Society, in uno sterile esercizietto di sbracata scatofagia al cui termine ci si ritrova sbadiglianti con le mani nei capelli e la testina che fa no no no.




Non parliamo poi dell'anodino e sostanzialmente inutile segmento che raccorda come peggio può gli episodi senza un minimo sindacale di costrutto tematico, capitanato da un Udo Kier ormai macchietta e ombra di se stesso a cavallo tra il museo delle cere, il grand guignol e David Zed versione "io robot amico dei bambini", evidentemente bisognoso di farsi le scarpe nuove, in un pantomima di un teatro più buzzurro che bizzarro.



Anche stavolta l'horror a episodi ha perso un'ottima occasione per star zitto o per ridarci una perla del calibro di Creepshow.

Sipario, bonanotte.

domenica 22 gennaio 2012

PER SPECULUM IN AENIGMATE - CONVERSAZIONE CON ROMEO CASTELLUCCI

terzo grado a cura di Manolo Magnabosco



Manolo Magnabosco - Credo che sia anzitutto il caso di soffermarsi sul nome che questo corpo teatrale porta: Sul concetto di volto nel figlio di Dio". Tutti si son concentrati sul 'volto', mentre se c'è un'analogia tra il volto del Da Messina e la scena, questa sta proprio nella filialità. E nell'abbandono da parte del padre.

Romeo Castellucci - Già nel titolo si mostra la simmetria-asimmetrica tipicamente biblica del modello di tutti i rapporti: un padre e un figlio. Dio e Gesù, rappresentati nel titolo e sul piano verticale dal ritratto di Antonello, e un figlio con il proprio padre, rappresentati da quello orizzontale del salotto borghese.

Un piano sequenza di 45 minuti: un padre e un figlio. La memoria corre ad Abramo, il padre chiamato a sacrificare il figlio. Oppure, in questo caso, il figlio che si lascia finalmente sacrificare dal padre. Un piano sequenza in tempo reale. Il tempo si srotola come quello naturale, relativo all'azione e alla esperienza dello spettatore, perché in definitiva è una esperienza che appartiene solo a lui. L'azione si stende nel nastro temporale come un semplice fatto perché non è ancora un dramma. Questa azione non entrerà mai nella Storia: è routine.

E' questa la dimensione tragica dell'azione: il silenzio e la banalità che la avvolge. Non ci sono alture qui, non c'è la vetta del monte Mòria di Abramo, ma solo un televisore al plasma, un tavolo di vetro e un divano, blister medicinali.

MM - Preme anche porre l'accento su un cardinale punto di fuga del lavoro, sul quale forse non ci si è soffermati abbastanza: a un dato momento Scarlatella va sotto le labbra del Cristo, baciandolo e al contempo formando prospetticamente un ideale dito indice (il dito di Dio?) che sigilla le labbra e invita al silenzio

RC - E' una giustissima lettura alla quale non avevo pensato. Io avevo notato che solo in questo momento ci si rende conto della differenza di scala tra una persona reale e la gigantografia del Volto come a voler ristabilire un senso di proporzioni e di grandezza.

Il Volto è un fondale e come tale risiede e "riposa" in fondo alla scena, imprimendo una spinta invisibile, ma fattuale, all’azione. Così grande è una presenza che non è possibile relativizzare e "ridurre" a scenografia. Funziona come un’autentica presenza. Lo sguardo del Salvator Mundi fissa dritto negli occhi ciascun spettatore. Non è possibile, in un certo senso, sfuggirgli.

L'idea che hai avuto del silenzio è molto bella. Anche perché in questo momento avviene una cesura nello spettacolo. Tutto diviene astratto, sincronico, sublimato in pochi colpi di azioni. Tutto precipita e tutto si trasforma, uno, due, tre volte, fino alla consegna finale aniconica di un doppio spazio spoglio. Vuoto. Vuoto come il sepolcro. Il pavimento bianco appare senza mobili e tracciato dai segni del colore lasciato dal cammino del padre durante la scena (come si trattasse dei primi passi dell’uomo sulla luna) che possono ricordare anche un quadro di Pollock.

MM -Torniamo un attimo indietro. Tutta la prima parte del lavoro, la dissenteria incontenibile del padre anziano, risuona come una compassionevole traduzione del Mene Tekel Peres del profeta Daniele: un aspetto che continua a essere ciecamente costretto e trivializzato in un'ottica nichilista e unidirezionalmente scatologica, che invece il tuo teatro ha sempre aborrito e scongiurato...

RC - La frase contenuta nel Libro di Daniele è centrale in tutto il mio lavoro. Rappresenta moltissimo per me. In questo caso potrebbe voler significare la "riduzione" dell'uomo a contenitore che si svuota sempre di più fino alla morte. In un certo senso questa frase rappresenta il compendio del destino dei viventi: ricordati quello che sei: tu sei questo. Sei carne. Sei putredine. Sei verme. Sei massa.

Qui non scorre il sangue dal capro che prende il posto di Isacco, perché il sangue della vittima è sostituito dalle feci della dissenteria di un vecchio uomo. Le feci dell'uomo. Il Libro di Qoelet ci ricorda che siamo nati mescolati alle feci di nostra madre e che qui ritorneremo. Le feci sono evidentemente una metafora della realtà. Sono la Cosa. La cosa, alla fine dello spettacolo diviene, per quantità, totalmente incredibile, nel senso che non crediamo più che si tratti di escrementi - è mostrato l'artificio attraverso il quale le feci sono rappresentate: un contenitore di plastica che il genitore si versa addosso, facendo collassare d'improvviso la finzione. Ma ecco le prime ambivalenze: le feci sono anche l'oblazione assoluta del bambino nei confronti della madre. Appena il bambino ha l'intuizione del mondo produce consapevolmente qualcosa di suo. Per un momento della nostra esistenza le feci hanno rappresentato il dono unico, il distillato della nostra stessa vita da consegnare come oblazione all'essere divino che stava davanti a noi e dal quale dipendevamo: la madre.

Era tutto quello che avevamo e lo abbiamo donato. Che strano ora che un vecchio uomo alla fine dei suoi giorni ripercorra quegli stessi gesti. Questo vecchio padre che li consegna al figlio il quale, sopraffatto, a sua volta si rivolge al Figlio del Padre.

Tieni padre, è tutto quello che ho. E’ tutto quello che sono. Sono la tua creatura. Amami.

MM - Hai altrove affermato che una delle molteplici chiavi interpretative della prima parte è il destino dei figli di ripulire la merda dei padri. Paradossalmente e per ironia della sorte chi ti sta attaccando in questi giorni trova deleterio e irrispettoso un messaggio che appartiene allo stesso Ecclesiaste (le colpe dei padri ricadranno sui figli)...

RC - C'è anche questa lettura "politica", certamente. C'è una superficialità che impressiona nell'uso delle Scritture che spessissimo sono utilizzate a mo’ di maglio, per colpire, per giudicare. Io posso avere commesso degli errori, certo; sono un sedicente artista ( anche se odio questa parola) e in quanto tale compio errori. In certi casi programmaticamente. Ma perché questo odio nei miei confronti? Ammettiamo per assurdo che io abbia voluto irridere il Cristo… ma perché odiarmi? Che senso ha? Se io avessi veramente bestemmiato perché non abbracciarmi ancora di più e scrivermi messaggi di amore? Perché vedono nemici da tutte le parti? E perché vogliono difendere Gesù (da che cosa poi? dal mio amore?)? Non sanno che Gesù usò l'espressione "vade retro Satana" proprio nei confronti di Pietro? …e sapete cosa voleva fare Pietro in quel momento? Voleva dare la sua vita per difendere Gesù. Come può un uomo difendere Gesù? Questa sì mi sembra, più che una bestemmia, un terribile atto di orgoglio che vuole sostituirsi alla misericordia divina.

MM - Senza contare che a scongiurare la bestemmia c'è la mescita di inchiostro, che è una letterale emorragia delle Sacre Scritture. Ed è anche un sudario sul volto. Un sudario biblico, suggellato e sigillato da Tu sei il mio pastore. Il not sembra quasi volerne anticipare il seguito: io non vorrò...E' un'impressione esatta?

RC - Le impressioni sono sempre esatte (ma uno deve dichiarare che sono le sue…per assurdo potresti dire che per te quelle sono feci, perché quello in quel momento ti appartiene, è tuo…). L’inchiostro nero è certamente il sudario dietro il quale sparisce il corpo. Un velo nero che scende sugli occhi. L’attimo stesso della morte che Gesù ha fattualmente provato. È rimasto cadavere per ben tre giorni. Tre giorni. E poi ha lasciato una stanza vuota. Ecco, questo vuoto è la chiave di tutto. La chiave di volta che spazza via l’immagine del mondo e l’immagine di Gesù stesso.

Bisognerebbe tornare a parlare di blasfemia. Il simbolo dei cristiani cattolici è infatti una bestemmia: la croce: uno strumento romano inventato per abbruttire e irridere le vittime. Ora è un simbolo, lo portano nelle piazze. La corona di spine che è stata posta sul capo di Gesù a sollazzo dei soldati romani che lo chiamavano re e gli sputavano in faccia. Anche quella era una bestemmia e adesso è divenuta un simbolo sacro. Gesù, ci ricordiamo perché era stato condannato? Perché era un bestemmiatore. Si può andare avanti così. Non parliamo delle bestemmie storiche per le quali scienziati hanno pagato con la vita. E quelle, sante (Dostoevskij su tutti) contenute nelle opere d’arte di tutti i tempi. L’elenco è immenso. Perciò quando sento la Chiesa scomunicare qualcuno per blasfemia mi viene da piangere, perché proprio loro consegnano il loro Cristo mediatico-consolatorio e bidimensionale nella desolazione delle comunicazioni, in mezzo ai varietà televisivi. Dov’è il sacro rispetto di quel Volto? Dov’è la lotta con quel Volto? Troppo facile per me, ora, parlare della pagliuzza.

MM - L'inchiostro e le lacerazioni che trasfigurano il volto a un certo punto rendono quasi baconiano il dipinto. Quindi lungi dall'irriderlo e annichilirlo, se ne raddoppia la valenza estetica, la disperazione, l'aspetto parabasico...

RC - La lacerazione e l’inchiostro nero rappresentano certo un corpo a corpo con quel Volto, come la meravigliosa immagine della scena muta, notturna e per certi aspetti assurda della lotta di Abramo con l’angelo. Qualcosa si lacera, si strappa: ma attenzione: chi o cosa si strappa? È la tela o siamo piuttosto noi a lacerarci in questo momento? Come se non ne potessimo più, in un autentico gesto catartico ci “liberiamo” di quello sguardo, lo strappiamo letteralmente via perché ci ha davvero visto. Troppo intimo, troppo vicino a me, troppo me, troppo specchio. Dietro il telo c’è una scritta scavata nel nero del legno e che si esprime attraverso la luce bianca. You are my shepherd. You are not my shepherd. You are my shepherd. E poi il volto ritorna. E poi scompare ancora. E poi solo il suono di uccellini che volano in una finestra.

MM - Parimenti, la sassaiola di granate lanciata dai bambini crea un duplice sfondamento di senso: da una parte il "Lasciate che i bambini vengano a me", dall'altra il "Chi è senza peccato scagli la prima pietra". E' una convergenza, una sinusoide tra due forme e forze di purezza...

RC - La domanda mi sembra già una risposta. Per un effetto di luce le finte granate (sono di alluminio: sono state dette una marea di cazzate al riguardo...) mentre volano verso il ritratto danno l'impressione di essere lacrime che cadono dal e sul ritratto. Il significato profondo di questo gesto è da rintracciare nella tradizione evangelica dei gesti della passione. Si tratta evidentemente di una forma di preghiera diciamo antifrastica, come ce ne sono nella Bibbia, rovesciata di segno e che passa attraverso l’innocenza del gesto di un bambino (le armi sono evidentemente giocattoli e il gesto quello del gioco) che percuote quel volto proprio per risvegliarlo e riscattarlo in una forma di nuova e necessaria seconda passione; in un nuovo dialogo con l’assenza di quel Volto, richiamato dagli stessi gesti che lo consegnarono alla croce.

Come dice il salmo 88: Dio, non nascondermi il tuo Volto. L’idea delle bombe a mano giocattolo mi è arrivata da una famosissima, splendida fotografia di Diane Arbus, Child With Toy Hand Grenade In Central Park, 1962 - nella quale si vede un ragazzino esilissimo stringere una granata con un’espressione contratta di ironico furore. È una potente immagine sull’impotenza. Troppo fragile, quel ragazzo, per sostenere anche solo quel gesto e quel giocattolo, la dove è la mano vuota a esprimere la vacuità del furore innocente. La foto della Arbus per me rappresenta un’icona contemporanea della fame spirituale di questa epoca. Allora i riferimenti sono da una parte Antonello e dall’altra la Arbus.

MM - Le più oltranziste fazioni clericali si stanno puerilmente e pretestuosamente aggrappando a tue remote dichiarazioni su Lucifero enunciate ai tempi di Genesi from the museum of sleep. Il tuo proclama "L'Angelo dell'Arte è Lucifero" sta fomentando anche surreali accuse di satanismo. Vogliamo approfondire il costrutto per i sedicenti addetti ai lavori?

RC - Quanta acribia nel certificare le loro condanne. Quanta tristezza. Lucifero, certo. E allora? L’angelo più bello che ama Dio come un amante e come un amante è geloso della creatura, di Adamo, e per questo viene precipitato. Lucifero voleva l’amore di Dio tutto per sé. Lucifero-Prometeo. Come lui è, seguendo l’etimo, portatore di luce. Lucifero è l’angelo dell’arte perché l’arte nasce dalla tragedia dell’abbandono e del distacco. L’arte trova il suo fondamento nel negativo, nella mancanza, nella vacuità di ogni risposta di fronte alla domanda. La condanna dell’arte è quella di non poter dare risposte ma formulare sempre e solo domande. Lucifero è colui che piange ogni minuto di ogni giorno per aver perso Dio. Lucifero che piange ogni istante per la nostalgia che lo brucia. Lucifero, certo. E allora? Lucifero che è costretto a cercare un sembiante per trovare dimora tra gli uomini e con questa cercare di avvicinarsi, di nascosto, di nuovo a Dio. Lucifero che nell’apocatastasi (la ricapitolazione e il ristabilimento dello stato originale, pensato dai Padri del Deserto) che sarà abbracciato e riscattato di nuovo dall’ infinita misericordia di Dio.

Io parlo di Lucifero, non di Satana. Satana, quello, è un loro bisogno storico, una loro impellente necessità. Non il mio. Come farebbe questa gente senza il povero Satana? E se Lucifero è per me una figura malinconica cosa significa? Che sono satanico? Ma per favore, smettiamola con queste argomentazioni puerili. Cosa vogliono fare? Scomunicarmi? E allora? Dimostrare che avevano ragione loro? E allora? Cosa mi importa? Mi vogliono fare paura o mettere pressione? Vogliono pregare per me? No, vi prego, non pregate per me, questo soprattutto no. Non mi piacciono le vostre preghiere, i vostri piagnistei...

Si rassegnino. L’artista regna supremo perché il suo regno è sottile.

MM - Quel che è indicativo oltreché molto triste è che queste frange hanno paura di riconoscere che una rappresentazione sa essere più sacra e spirituale di una messa, che anzi rappresentazione e messa si equivalgono; che il palco può essere, è, un altare, che arte e sacro sono due sfere spesso inscindibili, che la pietas su cui poggia tutto il tuo lavoro batte quella, tutta ipocrita e orizzontale, dei separatisti che venerano infatti un Dio a loro immagine e somiglianza: forcaiolo, punitivo, censorio. Un simulacro in nome del quale si decide chi può vedere pensare dire cosa, si scatenano guerre sante...

RC - Quando leggo il Vangelo io vedo la forza operante dell’amore. Non aggiungo altro.

MM - Dagli attacchi fatti si evince anche che ormai non si sta più difendendo Dio o Gesù, e nemmeno madre ecclesia, nemmeno un principio, ma solo ed esclusivamente la propria ottusa irriducibilità a esso, o peggio si sta sostenendo un ben preciso schema politico.

RC - Non volevo dirlo ma è la mia stessa impressione. Oramai il mio spettacolo –-che nessuno di loro ha visto - è solo un pretesto per scatenare gazzarre isteriche allo scopo di difendere delle prese di posizioni fini a sé stesse. Per vincere la partita più sterile che si può immaginare.

Niente. La chiesa è sistematicamente incapace di pensare l’arte. Non ce la possono fare. Il novecento pare non essere mai esistito per loro. Si registra un’ idiosincrasia pressoché definitiva tra arte e religione. Pazienza. Vorrà dire che ci penseranno le gallerie d’arte ad occuparsene.

MM - Che tutto questo stia accadendo in Italia non riesce a stupirmi, mentre mi dà da tremare che abbia avuto scaturigine proprio nella patria di Artaud. Sintomo di una svendita della propria progenitura culturale per un piatto di lenticchie...

RC - I gruppi francesi sono l’equivalente dei nostri forza nuova, casa pound, militia christi, tradizionalisti dai lugubri nomi in latino, etc..etc.. In Francia era tutto un gioco politico della destra estrema interna alla destra. Hanno creato la allucinante menzogna delle feci contro il Cristo come puro pretesto per giustificare al mondo la loro azione. Per dimostrare che esistevano e per lanciare messaggi alla destra più moderata e laica. Questa menzogna è stata anche il boccone avvelenato che hanno distribuito qui, in Italia. Tutto si è creato dal nulla, da un giorno all’altro, sui blog. Ti rammento che lo spettacolo ha due anni di vita ed è stato rappresentato in quasi tutte le capitali europee e nessuno ha mai parlato di blasfemia. Esiste una rassegna stampa immensa come si può immaginare: nessuno parla di oltraggio. Ho ricevuto lettere di persone che hanno trovato la fede dopo aver visto lo spettacolo. Teologi ne hanno scritto e giornali cattolici ne hanno parlato come di un lavoro profondamente spirituale, E allora? Perché solo dopo Parigi appare questo problema? La risposta è ovvia. Corrisponde a un progetto, a un preciso scopo politico. D’altra parte queste persone, qui come in Francia, sono convinto che godano all’idea che si stia bestemmiando. Ne hanno un bisogno vitale perché li fa sentire vivi.

La Francia però ha reagito con fermezza. Le più alte cariche dello Stato e della città erano fisicamente, sul palco, al nostro fianco: il Ministro della Cultura, il Sindaco di Parigi, l’Arcivescovo. E tutta la comunità artistica dell’intero Paese.

giovedì 19 gennaio 2012

I SAW THE DEVIL


di Kim Jee-Woon




di Kim Jee Woon

Tesi: due nemici sono lo stesso uomo dimezzato. Ma anche: il poliziotto è solo un serial killer col distintivo. E pe
r giunta: non lanciare sguardi di sfida a un abisso capace di sostenerli. Certo, assiomi propulsori vecchiotti, ma mai l'accento era stato calcato così. Il tutto al servizio di una freschezza rappresentativa che fa volar via 144' senza che tu possa accorgertene, e con almeno due pinnacoli di cinema strabilianti: la carrellata circolare in auto e l'iniziale ritrovamento di massa del cadavere della fidanzata dell'ingovernabile Callahan dagli occhi mandorlati. E c'è la prestazione di Chon "Old boy" Min Sik, che da sola vale tutto il viaggio.


Ipotesi: giravolte estetiche, elogi del tecnicismo, amor di preziosismo, parossismo di atrocità e sevizie esuberate e al contempo ingentilite da sua maestà La Forma senza mai dimenticare di raccontare una storia, e di farlo con maestria; revenge sovvertito ed ecceduto dal più spinto parossismo e(ste)tico e dall'ansia di voler dire/essere l'ultima parola in materia di occhio per occhio al di là del bene e del male. Tenue de soirée per Mr, Vendetta.

Sintesi: ISTD = Capolavoro.

QUALIS PONTIFEX PEREO? - UNA LETTERA SOCCHIUSA A RC


Caro Romeo,

l'ottusità che determina questi vessilliferi dell'onfaloscopico fanatismo, avallata da poteri altrettanto ciechi e non da Potenze, ci sopravanza. Per contrastarla occorrerebbero una stupidità e una volgarità che -chissà quanto purtroppo e quanto fortunatamente- non ci sono congenite.
Quel che mi demoralizza e scandalizza dell'attacco che ti è stato fatto non è la sua natura pastorale (che viene anzi meno, non essendoci mai stato un confronto dialettico), quanto il modo acritico e aprioristico in cui viene mosso, senza un minimo di ratio e di cognizione di causa, senza cioé avere avuto l'umiltà di vedere e valutare l'oggetto dello scandalo (ma basterebbe il titolo a scagionarlo da ogni sospetto/equivoco di provocazione) e senza nemmeno aver prima udito in prima persona la tua campana, basandosi più su frammenti di ciò che credono di sapere e non su quel che hanno oculatamente analizzato. Nessun ingenuo stupore, difatti tutte le religioni sono, come anche altre convenzioni laiche, basate sui frammenti elevati ad intero (sarebbe più interessante il contrario) e quando da qualche parte parli dei "disperati", una volta che togli loro anche la disperazione o gliela denudi, non hanno altra risorsa che attaccarti come animali, proprio perché non sanno cosa sia l'Assenza (se lo sapessero, non sarebbero poliziotti del dover credere)
Quello che insomma mi lascia indeciso tra il riso e lo spavento (ma sarebbe meglio, forse, avere paura), è che sembra di essere balzati indietro di 30-40 anni. Anzi nemmeno, perché persino un moloch di scarsa lungimiranza culturale e miopia intellettiva come il democristianoide centro cattolico cinematografico si prendeva la briga di spippolarsi tutti i film prima di gridare al rogo. Tutti, compresi i porno (e qui si potrebbe aprire una parentesi ridanciana che chiudo subito), del resto la pornografia non è che un concetto cattolico.

Forse hanno proprio timore di vedersi smentiti da quella stessa arte e da quella stessa sacralità che per secoli hanno strumentalizzato, minimizzato e trivializzato a proprio favore (Certo, vai a dir loro che il teatro è un oggetto sacro o un luogo di culto...[scherzo, ma restando serio]).

Di fatto, occorre un sacco di ignoranza, di malafede o di involontario senso della patafisica per dare proprio a uno ierofante della pietas come te del blasfemo o, più comicamente ancora, del cristianofobo; ed è chiaro che non c'è, non ci sarà mai confronto. La lotta è impari, la vittoria e la sconfitta pertengono ahinoi ad ambo le parti su piani semantici rovesciati. Non ci sarà mai un dialogo, tutt'al più due monologhi.
Che questo sia accaduto in italia non mi lascia sorpreso. Che invece abbia avuto inizio in Francia, mi dà da tremare: sintomo di una svendita della propria progenitura culturale per un piatto di lenticchie.

Ad ogni buon conto, l'aporia che va radicalizzandosi è assolutamente perfetta: senza fanatici non esisterebbe storia dell'arte. Uomini come quelli che ti hanno attaccato allontanano potenziali credenti da Dio, tu sei riuscito a trasformarmi da agnostico a mistico.


un abbraccio, a prescindere e a trascendere
a prima o poi,
Manolo Magnabosco
il 12/01/2012