lunedì 19 agosto 2013

NEO-PATAFISICA: GIOACCHINO TURÙ & VANESSA VERMUTH ALL'ARREMBAGGIO DEL REALE






"Vedo le cose da una prospettiva diversa: sono cieco"
(Giacomo Laser)


"Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí. Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo. La tua innocenza è di non sapere cosa sia l'innocenza"
(Friedrich Nietzsche)

Strana la vita. Sei alla presentazione di un libro, ogni tanto hai la vaga impressione di rastrellare spunti di interesse, invece devi arrenderti all'evidenza della noia che ti sbocconcella, e opti per un paio di caipiroske. Quando la vodka inizia a servirti il conto e a scalciare, e ostentare quei due grammi di finto interesse circostanziale inizia a essere una fatica sisifica, sul palco han preso staffetta due figuri a un tempo buffi e normali, eccentrici e ordinari, seminascosti dietro un tavolo sopra al quale convivono groove boxes e megafoni giocattolo, flauti e una coppia di quattropiste. Lui esordisce esagitato con un "direi di partire con la nostra più gettonata hit di sempre: Moby Dick nel senso del cazzo!", e già tanto basta a farmi inarcare verso l'alto labbra e sopracciglia. Non bastasse quel che ha appena esclamato, segue una strampalata base 8-bit tunzata e il nostro, dopo aver gracchiato un sonetto che coniuga pescherecci e sperma in un allucinato paio di stonate quartine, balza su una sedia e si lancia in un improbabile semi-spogliarello a paso doble, ululando "scusate ma quando bevo più di due birre sudo proprio tanto".
A fargli da contraltare una presenza eterea, statica, soffice, serafica, di poche parole e movenze, che non si capisce bene se impacciata e imbarazzata per quel che accade lo è davvero o se è solo molto brava a farci credere che lo sia, né ha importanza capirlo perché la contrapposizione è straniante, del tutto indovinata, e va ad amplificare un effetto comico d'insieme in sé già stravolgente.





Le canzoni che si succedono raccontano di galline antropomorfe, sacri vincoli matrimoniali degli zombi, metropoli disfunzionali e altre cose che non capisco più bene un po' perché lui sembra divertirsi un mondo a non azzeccare una biscroma manco per sbaglio e a strillare senza soluzione di continuità (con una bellissima timbrica stradaiola, a dirla tutta), e in parte perché sono già finito sotto al tavolo in lacrime per le risate tra la bonaria perplessità dei presenti, che hanno evidentemente dimenticato a casa il senso dell'umorismo o nella storia della musica devono essersi persi cruciali passaggi quali il punk e le stagioni del rock demenziale . E considerato che farmi ridere fino al collasso cardiaco non è cosa facile, decreto che sono conquistato per sempre da questa folie a deux.


A onor del vero, a farmi sbellicare è più l'attitudine generale del cantato, e a convincermi appieno della bontà dell'operazione è il fatto di trovarmi davanti a qualcosa che pare una sintesi superiore di kinderheim e nosocomio, di assistere al riassemblaggio col Duplo delle rovine del Cabaret Voltaire a opera di due scocomerati giullari post-punk con la sindrome di Asperger, e di sentirmi sempre più a casa man mano che l'escalation di delirio svetta verso l'ineffabile.

Quando il breve set è finito, abbandono la postazione con la ripromessa di approfondirli e di seguirli fino allo stalking da roadie, ma non c'è merchandise e tutto quanto riesco ad apprendere sul loro conto è solo che si chiamano Gioacchino Turù & Vanessa Vermuth, e passeranno altri due calendari e mezzo prima di riaverli al mio cospetto in uno sbiellato happening sub-para-post-pre-proto-neo-patafisico che prende le mosse da infedeli cover-sfottò a Tiziano Ferro e Venditti (ma non stupirebbe scoprire che sono davvero suoi genuini guilty pleasures) passando per stralunate incursioni di jodorowskiano teatro panico dove anche spostare circolarmente una sedia in ferro tra urla belluine per un paio di minuti suscita ilarità, e culmina in improvvisati rap genialissimi che ibridano vinili alemanni, gioie del fist-fuck e collezioni di vestiti di gala. 


Tramonto Psicomagico: Gioacchino se le canta e ce le suona.

Rivedo e rivivo in alcune loro esternazioni performative frammenti di quello che avrebbero potuto essere i primissimi live-act dei Cupio Dissolvi se il loro senso del grottesco e della strafottenza non fosse stato così algido e autistico (scoprirò in seguito che nelle lyrics vi sono addirittura delle lines in comune), ed è forse anche in virtù di questa inattesa sliding door che me ne innamoro senza riserve.

Tornando a casa realizzi che non averli come dirimpettai cui chiedere il sale per poter fare delle jam-dada è proprio un'ingiustizia, almeno quanto è ingiusta la sottovalutazione che grava loro addosso e attorno, tra recensioni non sempre (e non proprio) elogiative / lusinghiere e il silenzio loro riservato malgrado un puntuale successo di pubblico, un seguito esponenzialmente crescente, l'ala protettiva di illustri compagni di merenda quali Camillas o La Tosse Grassa, o il richiamo della foresta berlinese (
mentre scrivo questa monografia Gioacchino e Vanessa stanno per raggiungere Berlino non solo per un concerto, ma per un workshop coi bambini intitolato La battaglia dei monosillabi - il solito vecchio adagio del nord-europa che individua e arraffa quei geni che l'italia rifiuta di default di valorizzare e coccolare, vuoi per negligenza culturale vuoi perché siamo una repubblica sempre più orgogliosa di essere fondata sulla mediocritàs).

Come di tutti i più invasati talenti nostrani, anche di questa neo-Baader Meinhof dell'indie italico potremmo dire che hanno avuto la lungimiranza di sfornare qualcosa di indefinibile che ha tutte le tonalità del genio e i chiaroscuri del talento, e la malasorte di averlo fatto in italia: tu chiamalo se vuoi nemo propheta in patria.

Joaquim Baader e Vanessa Meinhof

Integralismo patafisico

Come dicevansi Gioacchino e Vanessa si muovono su quell'asse totally nonsense a un tempo vero e presunto che va dai Brutos a Musica per bambini passando per un pizzico di Aborti mancati e il memento degli Skiantos, spinti da uno spensierato diniego di tutto quanto è reale e razionale che vede nella seriosità e nei suoi vessilliferi degli anonimi ghost'n'goblins assedianti da abbattere reiteratamente come in un videogioco.

Completamente primitivo, sanguigno, ruspante, ingovernabile, imprevedibile come le traiettorie di una palla matta (al punto che molti pezzi live fanno la muta di gig in gig e ancora non hanno trovato cristallizzazione su fibra ottica), a tratti anche molesto, sempre svirgolato come un evaso dal TSO, Turù è puro Plegine fatto uomo: scalpita strepita sbraita si sgola e si dimena a scatti come un pac-man istigato dal taser che mangia il cosmo per rivomitarlo migliore, con un senso tutto suo della psicomagia jodorowskiana: nella sua personale rivisitazione non trova più spazio alcuno il carico a 90 del simbolo, c'è solo l'avvenimento puro del rito in sé, scremato da ogni sovradeterminazione psicologica. Kinder più magia e meno psiche: all'inconscio è preferita l'incoscienza del pensiero che si forma in bocca prima ancora che nel cervelletto; inutile provare a stabilire dove finisce la parodia dell'esoterismo e inizia l'affettuosa aderenza allo sciamanesimo e viceversa, indecidibilità che non può che suonare come enorme valore aggiunto
Pisciomagia: come ti rendo privato il pubblico (e viceversa)

Tra un atto pisciomagico e l'altro, così per gradire, Gioacchino si lancia senza rete in estemporanee pantomime del gangsta-rap (anche in questo caso, influenza e parodia fanno a botte) al termine delle quali ci si ritrova ad asciugarsi le lacrime o a placare l'asma da risata (provate ad arrivare alla fine dei 14' minuti di fantasmi senza ritrovarvi gli addominali induriti dal troppo ridere a sobbalzar di cassa toracica), in siparietti dada che riecheggiano la più irresponsabile transavanguardia o in allucinati numeri con le marionette. A far da perfetto contrappeso alla pirotecnia interpretativa e all'esagitazione mimica gestuale testuale e vocale di Gioacchino, accorre la radiosa compostezza zen di Vanessa dai mille moniker (da Rethorth a La morte, da Maruska a Vermut fino a una semplice V.), che imperturbabile e sempre ridente come una bimba brilla, lo accompagna e asseconda in tutto e ne controbilancia/rilancia la sguaiata follia con fare serafico, angelico e una fanciullesca levità di tocco che rende l'insieme ancora più straniante, buffo, delizioso, e inclassificabile.


MORIRE SUL TAGADA', 
CROLLARE SOTTO UNA STUFA GALATTICA
 

Terminata la militanza nei Moda e conclusa l'avventura dei Rai2 ovvero secondo canale, il nostro si ritrova solo soletto e sarà proprio in modalità one man band che nel 2004 darà alle stampe il suo primogenito, sotto l'egida della Stuprobrucio Records. Gioacchino Turù esegue Filter Walter è un timido esordio, un demonstration album un po' dimesso, defilato, poco conosciuto e ascoltato (metà di esso è recuperabile a spizzichi e bocconi in rete): appena 10 brevi pezzi in cd-r per un totale di 37' che ancora non danno un'idea netta e precisa della follia tifonica di cui si dimostrerà veramente capace il nostro di lì a breve, e che però vede già inscritte alcune spore e schegge di pazzia che due anni più tardi, andranno poi a ricadere organicamente e meglio sviluppate su C'è chi è morto sul tagadà, formando arabeschi di muffa e funghi venefici o allucinogeni su tutto ciò che è ovvio e razionale. Di più: per il duo Turù/Vermut la più vieta ovvietà sembra essere la più corteggiata delle muse ispiratrici, quella che maggiormente li galvanizza e permette loro di creare le orbite più inedite, le più felici sovrapposizioni e i più destabilizzanti accostamenti, i più sottili virgulti umoristici, sorprendenti avarie di senso o roboanti scoppi di vis poetica.

La brut-art si impone immediatamente come la più evidente e cavalcata delle correnti che attraversano il loro operato, il pegno pagato per primo e più volentieri, un'imperativa e imperiale categoria dello spirito che spara a tutto quel che si muove: dalle amanuensi copertine ai testi (alcuni passaggi dei quali sono stati tradotti in tavola pittorica dalla benemerita illustratrice Giulia Sagramola), dall'immagine-immaginario eccessivi al parossistico comportamento tenuto in scena sempre a cavallo tra una tenera anarchia e una selvaggia naivitè. 





Chi Dubuffet fa per tre







Di nuovo la dimensione bambina e quella manicomiale convergono, come se per loro la pazzia non fosse quella deformazione della mente da tenere a bada volgarmente intesa dai poliziotti del cervello, ma un'altra sua dedalica dimensione tutta da esplorare, arredare, addobbare, recintare, presidiare, espugnare. Nell'abitarla, la loro poetica non sempre è adamantina e simpatica, ma mai come nel loro caso la mancanza di opacità sarebbe un guaio e certo è che ogni loro mossa sfugge alle blandizie della carineria, che anzi viene sistematicamente oltraggiata (come moltissimo altro, del resto).

Come sempre accade ai migliori, al primo ascolto spiazzano, al secondo divertono, al terzo commuovono, al quarto conquistano per sempre. Spesso raffrontati a sproposito con Bugo e/o Tricarico o impropriamente comparati a Il Genio, invero rimandano assai più -se proprio vogliamo cedere il fianco al paragone- a dei Wolfango di gran lunga meno educati cui è partita di brutto la brocca; ancora più sensata è la parentela con I Camillas, di cui sembrano essere veri e propri gemelli eterozigoti, gli uni l'anima maschile/femminile degli altri (non a caso Blow Up si ritroverà a recensire in un one-single-shot Le politiche del prato e Il crollo della stufa centrale), ma la realtà è che come tutte le cose migliori, pur appartenendo a una new wave di demenziale nave dei folli ben precisa e individuata (che tra i passeggeri più o meno clandestini annovera adorabile gente guasta del calibro di Joe Natta, Lo stato sociale, Uochi Toki, Pan del diavolo, Fatur, Stereo Total, Pop_X, per dirne giusto un paio), nel loro esacerbare e irridere a briglia sciolta qualsiasi modello o riferimento o appartenenza o coté stilistico, somigliano e sono riconducibili solo a se stessi.

L'immaginario dei due yin e yang dell'high dementia più spudorata e tenera ha come estremi assoluti e direi ossessivi la vecchiaia e l'infanzia, l'onnipotenza e l'impotenza, l'asilo e la geriatria, il biberon e la pancera del Dr Gibeaud, il grado zero della purezza a braccetto con quello della corruzione, spesso ibridati in dissolvenze incrociate di tale poeticità e delicatezza che non di rado l'occhio inumidito di comnmozione si sostituisce alla risata: ecco allora che il tagadà assume una veste cimiteriale o della sala d'aspetto di un pronto soccorso, e lo svago di un umarell sta tutto nel testimoniare il decomporsi del proprio cane in un salotto che tanfa di betadine; ecco che il momento della merenda è fonte di autistica disperazione per un forzato abbandono ("la maestra ha detto che / io non posso più mangiar con te") e col lego si edificano lager per incontinenti (ergo lagher), la merda è meglio del pongo, morire -non importa come né perché- è uno spasso, ci si innamora a caso dell'inutile, il grigiore della più spenta quotidianità riserva energie invisibili da riconvertire e cavalcare, la distruzione ha le sue radici nel costruttivo divertimento e mai nella cattiveria o nella pantoclastia a buon mercato, il pissing e l'enuresi sono l'altra faccia dell'amorevolezza (non è forse proprio dei bambini e dei cani farsela addosso quando scoppiano d'amore e di gioia o rivedono l'amato padrone?).


Ok, messa così sembra volgare, funebre e opprimente, invece l'esito è sempre subalterno a uno humour prepotente che tutto sovrasta ed egemonizza - e che a dispetto degli scomodi o sgradevoli specifici in ballo (il senso della tanatofilia e una maniacale attenzione alle derive fisiologiche su tutti), mai si dimostra essere gratuitamente scurrile né adolescenzialmente morboso: in pluffare si riesce a rendere idilliaca anche la rituale quotidianità della deiezione, con la merda eletta a elemento ideale per fondare un partito. La metafora sarà anche di grana grossa, ma fotografa alla perfezione l'evidente della materia di cui siamo fatti (che la si voglia buttare sull'esistenzialismo o sul bagaglino della politica nostrana, poco importa), e Artaud da qualche parte se la starà ghignando soddisfatto.


Altrove si è snobisticamente rimproverato a Gioacchino di non avere niente da dire o di arroccarsi nella bozza per compensare una sostanziale incapacità di saper sviluppare qualcosa.
È invece proprio nel frammento spontaneo, nell'afflato aforistico o nell'haiku più sgangherato che deflagrano folgoranti quadretti di irresistibile lirismo visionario (si pensi al coro di spermatozoi -o di anime dell'aldilà, è uguale- della sottilissima lo spazio). E se è pur vero che quasi sempre il tessuto musicale è scarno, elementare e talvolta anche molto grezzo (ma quale cantonata e quanta miopia nel mettere sullo stesso piano semplicità e superficialità: mai che un recensore si sia soffermato sull'attenzione alla metrica, che viene amministrata con perizia quasi accademica), non così diafano e minimalista è quello testuale, sempre generoso, spesso non soltanto tracimante ma anche di spiazzante densità e di candida aulicità : c'è chi è morto sul tagadà fa del luna park una totentanz, una santa messa officiata da zingari borseggiatori, il divertimento imposto è un cripto-suicidio collettivo che maleodora di zucchero filato già un po' stantio; in bocca tratteggia come meglio non si potrebbe l'amore reso impossibile e inconsumabile dall'incomunicabilità, nel tristissimo lied di taxi nero la vera o presunta compiaciuta aderenza al bislacco è del tutto scongiurata, a favore di quello spiccato senso per l'elegiaco che contraddistingue anche la struggente forza marco prandi, un inno a non lasciarsi sopraffare dalle pene d'amor perduto, un'esortazione a ricacciare il pianto in gola, un reminder che non si è mai veramente da soli che scuote l'anima (poi scopri che marco prandi non è nulla più di un character fittizio preso a buffo da un libro di testo francese, ma non perciò riesci a riderne, anzi l'universalità del dolore di un rapporto ormai inaccessibile viene così ufficializzata): è qui che tutto il suo più sfacciato e paradossale lirismo trova maturo sfogo, malinconia per le cose che non furono/saranno mai (più) e irrispettosa demenza per le cose che nell'everyday life sono fin troppo da due si fanno uno in un un magico flusso d'incoscienza coi freni rotti che viene giù da un burrone, per metà Bukowski per metà Polygen con quel non so che di Marinetti ebbro di polvere d'angelo che caratterizzerà anche le formidabili composizioni di quel doppleganger (una di almeno altre 3 identità apocrife che non svelerò) che risponde al misterioso gentilizio di Giacomo Laser, artefice di una marea di imbizzarrite dissolvenze incrociate che si spera verranno raccolte un dì in un vero libro, o che possano dare il la e tutte le altre 6 note a un doppio-cd.

A smentire la strisciante idea che dissennato debba necessariamente significare nerd cazzone ignaro di cosa siano acume e ars combinatoria dei suoni, e che anarcoide equivalga giocoforza a disorganizzato o sprovveduto, provvedono anche raffinati distillati di malinconia shoegaze quali la trasognata e ineffabile Oggi festa mondiale, che anni dopo troveranno propaggini in grumi proto-industrial composti assieme a bimbi di terza media (e qui se genio non fosse quella parola inflazionata e svuotata di senso che è, la useremmo), o gemme (purtroppo a tutt'oggi inedite) che paiono l'anello mancante tra il più crepuscolare Philip Glass e Tame Impala. Poi, certo, parte lo sconquassato delirio à la Beastie Boys di kobrapizzakiller a (riba)dirci che è inutile voler andare a parare perché una porta non c'è e il pallone sei tu. Ed ecco si riaffaccia la dicotomia: felicemente sguaiati ma mai fini a se stessi; araldi di evocazioni dal peso specifico talvolta notevole, ma mai appesantiti da quell'indigesto e scoreggione intellettualismo radical-chic di talune operazioni consorelle (delle quali è meglio omettere il nome per il quieto vivere di questo blog).




Licenziato per la FromScratch Records nel 2009, Il crollo della stufa centrale è per un buon quarto un reboot del tagadà con diverso sistema operativo: greatest hits vengono coverizzate aggiungendo togliendo stravolgendo ma soprattutto polarizzando e aggiustando tecnicamente il tiro: il low-fi di tagliati i seni amore cede il posto a una versione 2.0 più snellita e nitida nei suoni e nelle vocals, e di conseguenza più cristallina nelle lyrics (affranta serenata o irrispettosa goliardia degli outing? a voi la scelta), il mini-rap patafisico e psicotronico di galline (che ha da una parte il suo spirito guida nel Pippo Franco di chi chi chi co co co e dall'altra rievoca il Nietzsche dell'eterno ritorno femminino: in mezzo un apologo sul sapersi reinventare e rimettere al mondo - il tutto incorniciato dal flashback d'infanzia in 1' e poco più di brano!!) si commuta in uno slapstick con rafforzativi interpretativi che inducono alla risata, forza marco prandi viene da una parte scremata della chiosa finale di Vanessa e dall'altra implementata da un proemio che ci informa che "nel 1947 con la sua uno turbo MP partì per la romania in corsica, aprì la tenda del suo campeggio preferito e scoprì che il suo amore della sera era scomparso: pianse per 4 anni", le mutande "fanno sempre un 360" ma trovano un battito cardiaco più sostenuto. 

Il resto è tutta colata di lardo: manovale è un ragazzo della via gluck sotto ketamina coi suoi 5 minuti, estetista si fa beffe del gran reame della critica che decide per le tue papille gustative e si sostituisce non solo al tuo gusto ma a quello dell'artista, venditori spernacchia l'abbruttimento che la prigionia lavorativa comporta, non senza un intenerito velo di compassione per chi fa della corsa al guadagno un credo ricompensato da una vacanza programmata regolarmente disattesa, taxi nero fa pensare non senza due dita di pelle d'oca a cosa potrebbe tirar fuori Turù se smettesse di colpo di filtrare il dolore con una griglia umoristica (e per propaggine, a che botta impietosa potrebbe essere il prossimo album se dovesse mai basculare attorno a disperati affondi di questo tenore), grecia è assieme a merenda uno dei pezzi più sciroccati e divertiti del lotto, oltre a essere un repechage dei Rai 2 ovvero secondo canale, quasi sempre immancabile nei live set, urninì mescola la minzione al merito con suggestioni lacaniane, libreria museo brucia è una dichiarazione d'amore per anacoluti, codici binari e poesia numerica, e non mancano strumentali che paiono un'anfetaminica versione in pillole di Terminus dei primi Psychic TV (Sponge Bob legge Megret). Nell'insieme, un'opera ambidestra, precisa e sfuggente al contempo, che a seconda del momento in cui la si ha nel lettore stranisce o rassicura, incupisce o diletta, più spesso tutto questo assieme di brano in brano, la cui malinconia dei pezzi acquista un'accezione spassosa nei live e viceversa è capace di diventare triste dal vivo laddove su cd diverte. Un disco che apre le porte al terzo outing del duo, annunciato col titolo provvisorio di ...Bravi tutti! (un programmatico sfottò indiscriminato al mondo intero in un periodo storico in cui son tutti belli, capacissimi e geniali), che si spera recuperi alcuni dei molti pezzi proposti solo live o lasciati in naftalina (vedi parziale lista sottostante)

Ora. Se il gong di quanto fin qui detto dovesse ancora risuonarvi a vuoto, potete sempre andare casualmente o deliberatamente a un loro happening per stravolgere ogni credo negativo finora coltivato. Oppure potete sbarazzarvi di ogni dubbio e amplificare tutte le perplessità leggendo il terzo grado a loro fatto, in cui con la lampada puntata in faccia hanno giurato di dire la menzogna, tutta la menzogna, nient'altro che la menzogna, decisamente più credibile di quella sopravvalutata cosina che è la verità.


POST-IT

Ignoro in quanti siate là fuori, ma a tutti voi cultori completisti feticisti segnalo questi brani che forse finiranno nel quarto disco perché nel terzo c'è già il pieno di cappelletti in grappa, la scaletta è chiusa e l'ascensore è guasto. Alcune come vedete sono intubate ergo recuperabili, altre ahivoi no e potrete richiederle a viva voce solo recandovi al loro prossimo live.

Munitevi di pentagramma e prendete nota:


TI SBORRORO'
COSCRITTI (TI SBORRORO 2.0)
MOBY DICK NEL SENSO DEL CAZZO 

PESCI
VANGHE (la fanno sempre dal vivo, parla di fosse matrimoniali, è romantica malinconica e commovente, ripeto la fanno sempre mettendoci impegno quindi non siate assenteisti)
WALTER BATTIMANI (solo per persone di polso. senza Walter Battimani saremmo tutti monchi o monkey)
SONATA PER BICCHIERI E LIQUIDATOR
SANDRA
BEATRICE
ANONIMA COI RAGAZZI DI III° MEDIA (son cose belle) 

TEDESCHI
RAP DEL MIO VESTITO

FONZIES
LOTROMAN (la fanno solo dopo pranzo, quindi invitateli a casa vostra)
MEGLIO MENO PESI
INDIANO 

CARLO (con Dj Minaccia) 
LUIGI (come sopra) 
PITONE (idem)
ANIMALE ANIMALE MEDLEY IN BOCCA (la fanno solo ai matrimoni, quindi vedete di sposarvi)
VOGLIO UN LAVORO FACILEFACILEBASTA!

GIACOMO LASER, OPERE (con Gea Brown)
JINGLE BELLS  (la fanno solo a dicembre)

Infine, due imperdibili superchicche:  
Gioacchino indomito testimonial per Sapori di Sardegna!!
e la disquisizione spazio-temporale di Luca Beatrice