venerdì 16 agosto 2013

LA GRANDE BELLEZZA

di
Paolo Sorrentino


Il sorrentiniano Enter the void in un'amara vita post-felliniana post-esistenzialista post-postmoderna post-mortem e post-tutto, annegata e abnegata in una Roma che fa la stupida e la stronzetta tutte le sere (ma anche le mattine e i pomeriggi non scherzano), più triste di una bestia randagia dopo il coito del boom 60's. 

Laddove titaneggia il nulla, non rimane che lo stile, per (fingere di) maiuscolare il vuoto, e in ciò Paolo Paolo Pa Paolo Maledetto non si fa mancare niente: usa (l'immancabile) Celine come apripista per un viaggio senza termine della notte, coreografa festini (e destini) come fossero totentanz, rende aristocratico ogni movimento di macchina, solenne ogni primo piano, lapidaria ogni riga di sceneggiatura, dirige come se ogni secondo dovesse far sprofondare il mondo, osserva i suoi personaggi telescopicamente come fossero stelle morte e al tempo stesso pianeti mai avvistati prima da occhio astronomico alcuno (un peccato che non abbia reso ancor più tragico sfaccetatto approfondito Verdone, circoscritto invece per l'ennesima volta alla macchietta che è sempre stato - ma quando accarezza registri davvero drammatici si nota il felice scarto che avremmo avuto se usato diversamente fino in fondo: potremmo dire altrettanto per il personaggio della Ferilli nei confronti della quale avrebbe potuto compiere una maggiore opera di demolizione metalinguistica, ma anziché farli davvero uscire dal guscio e dalla riconoscibilità, rendendoli alieni e rinati, si accontenta di rilanciarli uguali a se stessi. Ma in fondo è un'opera in cui il nulla la fa da mattatore, ed è giusto che li abbia lasciati in quel poco e nulla a cui sono sempre appartenuti. per cui pazienza, va benissimo anche così), mentre un Servillo sublime ai limiti dell'ineffabile svuota e riempie la scena a piacimento, masticando le più aspre e indigeste sentenze come fossero big-babol con cui fare enormi bolle di ferocia rosata, e trasudando charisma anche quando sta immobile e silente.
Il tutto affrancandosi dal peggior Tornatore che gli rimase appicicato addosso con This must be the place (ci ricade un po' a onor del vero nel finale tanto stucchevole quanto consapevole di esserlo).

 Può piacere o no, lasciare disgustati o euforici, estenuati o estasiati o tutto questo assieme, ma a Sorrentino cimentarsi nel rodeo col Vuoto riesce dannatamente bene.

La grande bellezza è quella che non è ancora arrivata, che non arriverà mai, che vince giocando a nascondino, un simulacro della quale resta in dispettosa differita.

Il perfetto film di un regista imperfetto, l'imperfetto film di un regista perfetto, fate voi ma immergetevici quanto prima.

 

LITTLE DEATHS

                                                                               di 

Sean Hogan, Andrew Parkinson, Simon Rumley


Austera trilogia del cimiteros, sorta di Creepshow austero il cui filo rosso (bianco, meglio dire, data la puntigliosità con la quale il biancastro elisir di lunga morte schizza in faccia alla platea) è la sinusoidalità/l'equivalenza di un eros deviato e di un thanatos sempre in agguathos. Orgasmo e morte sono sinusoidali, se non monomi equivalenti, e non l'avessimo capita con Buttgereit qua ci si mettono in tre a elargirci ripetizioni

Il primo episodio lascia presagire grandi fuochi d'artificio e si riduce a un pugno di pulviscolo, con sviluppi narrativi e figurativi (non accennabili pena rischio spoiler) inversamente proporzionali alle promesse fatte, per poi finire nelle secche di una sbrigatività che ci porta in un flap di palpebra dal tanto ventilato K2 alle  manciatine di sabbia, per poi defilarsi con un beffardo detour conclusivo da mani sul pacco.



Parkinson delira a tutta propulsione in un ribollire di fantasia e originalità (nonché sperma a secchiate, dal quale viene sintetizzata una droga non dissimile dalla telepatina) e indubbiamente è visivamente il più affascinante (con atmosfere e soluzioni iconiche barkeriane che ricordano molto da vicino Necromentia o il Caro più marcescente e meno ruffiano), ma si regge in piedi a fatica sul propulsivo delirio che sciorina, lo script si prodiga in tripli carpiati sui quali però presto si incarta lasciando dietro di sé un senso di incompiutezza e di fastidioso squilibrio narrativo. 



Rumley è nella sua linearità colui che fa portare a casa più di una altrimenti risicata sufficienza, scodellando una sorta di update con gli interessi della cagna di ferreriana memoria con un finale probabilmente snasabile già dopo i primi due minuti, ma di efficace cattiveria e soluzioni tecnico-visive da sentito plauso: la forsennata stroboscopia rossoblu usata come didascalia della disperazione e della rabbia del protagonista è un'intelligente scelta tutt'altro che da pivelli di pelo damsiano. A questo episodio il merito di risollevare le sorti di un trittico il cui fascino è nettamente superato dal suo squilibrio.




In buona sostanza, nulla per cui gridare al capo d'opera, e nemmeno così eccessivo, scabroso e violento come altrove è stato dipinto (il delirio dell'ep2, è talmente esuberato visivamente e farneticante narrativamente che il mostrato diventa quasi invisibile, e comunque non perturbante né offensivo - ma non è nemmeno Zanussi, intendiamoci), ma non mancano momenti e motivi formali come sostanziali di indiscutibile interesse.