venerdì 16 agosto 2013

LITTLE DEATHS

                                                                               di 

Sean Hogan, Andrew Parkinson, Simon Rumley


Austera trilogia del cimiteros, sorta di Creepshow austero il cui filo rosso (bianco, meglio dire, data la puntigliosità con la quale il biancastro elisir di lunga morte schizza in faccia alla platea) è la sinusoidalità/l'equivalenza di un eros deviato e di un thanatos sempre in agguathos. Orgasmo e morte sono sinusoidali, se non monomi equivalenti, e non l'avessimo capita con Buttgereit qua ci si mettono in tre a elargirci ripetizioni

Il primo episodio lascia presagire grandi fuochi d'artificio e si riduce a un pugno di pulviscolo, con sviluppi narrativi e figurativi (non accennabili pena rischio spoiler) inversamente proporzionali alle promesse fatte, per poi finire nelle secche di una sbrigatività che ci porta in un flap di palpebra dal tanto ventilato K2 alle  manciatine di sabbia, per poi defilarsi con un beffardo detour conclusivo da mani sul pacco.



Parkinson delira a tutta propulsione in un ribollire di fantasia e originalità (nonché sperma a secchiate, dal quale viene sintetizzata una droga non dissimile dalla telepatina) e indubbiamente è visivamente il più affascinante (con atmosfere e soluzioni iconiche barkeriane che ricordano molto da vicino Necromentia o il Caro più marcescente e meno ruffiano), ma si regge in piedi a fatica sul propulsivo delirio che sciorina, lo script si prodiga in tripli carpiati sui quali però presto si incarta lasciando dietro di sé un senso di incompiutezza e di fastidioso squilibrio narrativo. 



Rumley è nella sua linearità colui che fa portare a casa più di una altrimenti risicata sufficienza, scodellando una sorta di update con gli interessi della cagna di ferreriana memoria con un finale probabilmente snasabile già dopo i primi due minuti, ma di efficace cattiveria e soluzioni tecnico-visive da sentito plauso: la forsennata stroboscopia rossoblu usata come didascalia della disperazione e della rabbia del protagonista è un'intelligente scelta tutt'altro che da pivelli di pelo damsiano. A questo episodio il merito di risollevare le sorti di un trittico il cui fascino è nettamente superato dal suo squilibrio.




In buona sostanza, nulla per cui gridare al capo d'opera, e nemmeno così eccessivo, scabroso e violento come altrove è stato dipinto (il delirio dell'ep2, è talmente esuberato visivamente e farneticante narrativamente che il mostrato diventa quasi invisibile, e comunque non perturbante né offensivo - ma non è nemmeno Zanussi, intendiamoci), ma non mancano momenti e motivi formali come sostanziali di indiscutibile interesse.

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