
Mentre masnade di chierichetti della critica si lasciavano ingenuamente sedurre entusiasmare abbindolare circuire blandire da mucchi falsamente selvaggi e svenendo sbiancando sbavando eiaculando su/per Funny Games , pur notevole, e mentre il borghesume spettatoriale si lasciava epatér dagli pseudo-shock furbi e ruffiani di un Baise-Moi o di Irreversible, inestimabili leccornie come questa passavano quasi inosservate.

Per me che consumo il cinema solo per meglio detestarlo e per meglio sbarazzarmene (o, nella migliore delle ipotesi, per annoiarmi decentemente), Kichiku è stato una salvifica e profonda boccata d'ossigeno.
Parlando(ve)ne vado forse in contromano con quanto appena asserito rischiando il frontale con l'incongruenza, ma è un rischio che corro volentieri, perché non intendo disinnescare l'ordigno, mancando di rispetto a quanti desidereranno saltare in aria assieme ad esso. L'immane festa del Diavolo, ma anche Il grande banchetto delle belve. Titolo che riconduce a un'immediata dimensione atavica e cerimoniale della violenza, al suo dato più strettamente primitivo, alla valenza preistorica, pre-umana, pre-mondiale ed extra-antropologica di che la violenza è cementata. Promessa/premessa antropologica mantenuta anche più di quanto ci si aspetti.

Mitizzabili sì, perché la violenza di Kichiku, benché ispirata a disonori della cronaca (un raro caso di serial killing per induzione avvenuto in una cellula terrorista dell'estrema sinistra extraparlamentare nipponica chiamata Armata Rossa Giapponese) appartiene al Mito. Che il debordiano debordato e mai abbastanza adorato enrico ghezzi sia stato l'unico ad averlo spavaldamente premiato (ex equo con Machbeth horror suite del cadavre exquisi carmelo bene) è un preciso sintomo dell'impossibilità di fruire il film in quanto "prodotto".

Claustrofobico e terrifico, anche e soprattutto prima di estroflettere violenza (l'inquietudine della prima tribale e totemica festa in maschera; il sesso mai liberatorio, sempre veicolo di soggiogazione subordinazione controllo potere riconoscimento gerarchico autarchia, arrugginita chiave che spalanca i battenti del mattatoio a venire) o laddove offre spifferi di fuga destinati all'occlusione (la fallimentare, interlocutoria, disperata fuga nei boschi; mai regista è stato tanto capace di rendere così asfittico e conchiuso uno spazio aperto, di conferire ad un bosco una dimensione xerosferica e bidimensionale al tempo stesso, altro che blair shit project!), immerso in una tsunamica ferocia che annienta ogni ipotesi di apocatastasi, amorale e avulso agli zuccherini della catarsi (qualsiasi prospettiva esorcistica è qui neutralizzata; diremmo anzi che il proposito di Kichiku è di endorcizzare l'energetismo del Male... se no che festa del Diavolo sarebbe?!?), a qualsivoglia canalizzazione psico-sociologica della violenza o a furbette tensioni meta-filmiche, furioso estenuante psicopatico come rari, durissima e sgradevole prova del fuoco anche per i sistemi nervosi inossidabili.

Il seppuku del guru è la drastica cesura dell'opera.
Ad una prima mezz'ora pregna di una quiete ingannatoria che fomenta e fagocita l'estatico cerimoniale della carneficina, carica di silenzi premonitori e segnali inquietanti, e affidata a molteplici micro-tensioni e contrasti, dove la sensazione e l'ermetismo molto sottraggono al significato, ingenerando più inquietudine (anche dettagli insignificanti quali il primo piano di una gallina riescono a rubare un brivido di disagio), e dove il regista si abbandona a felici sperimentazioni scarti contaminazioni e l'anamorfosi padroneggia di pari passo col sospetto che questa pretenda d'essere una metafora del Potere tout-court (fra)inteso (o del finis hominis dovuto ad uno sregolato sbilanciato disastrato sovrappiù di modi di disporre dei poteri), ne succede repentinamente una seconda quasi in tempo reale (questo sì terribile, interminabile, terribilmente capace di farci annaspare ed annegare nell'angosciante negazione dell'umano e del corporeo di cui si fa carico la pellicola; altro che certe moralistiche scappatoie meta-cinematografiche di Haneke o il pur gradevole giochino a carte scopertamente truccate con cui certo cinema pretende di trascinarci per i capelli nella colpevolezza uber alles!), affidata alla verticalità del piano inclinato, dove il forsennato cupio dissolvi del gruppo è un sacerdotale sistema di dovere kantiano o una categoria dello spirito.

Dal colpo di katana che sfonda l'addome del leader il film diventa un'indomabile valanga che non risparmia un solo millimetro quadro di spazio e assume l'atteggiamento di un idrofobo cane sciolto digiuno; Kumakiri dirige il film con moto lineare uniforme, a mo' di suicida che voglia schiantarsi a folle velocità contro un muro, e diventa un ibrido metà Jackson anironico e autistico, metà Eschilo preda di una scorpacciata di simpamina; l'assenza di tregue fa boccheggiare e mette a durissima prova le coronarie; la tonalità furiosamente psicopatica e cataclismatica dell'insieme regala scompensi cardiocircolatori a volontà; lo splatter è finalmente austero, subordinato alla glacialità, depurato da quello sciocco umorismo che generalmente intende alleggerirlo e umanizzarlo e restituito al gu(a)sto del patologico, i corpi sono solo macinato in potenza, carne soggetta alla differenza nell'identico della modalità distruttiva, sangue destinato alla propria aspersione, l'imago del corpo in frammenti si fa ostensorio, la brutalità ancestrale liturgia della carne, l'atto om(n)icida e del torturare è qui sacramento; pare quasi di respirare l'odore della carne cruda, delle interiora riverse, dell'emoglobina che tutto macula, del sudore, della polvere da sparo e non sono poche le volte in cui ci si guarda/tasta gli abiti convinti di averli inzaccherati dalle cervella... crani sfondati, peni staccati a morsi, aborti procurati a fucilate traboccano dai fotogrammi; la Storia ridotta a scoria e viceversa, il sadismo come entropica erranza mistica liturgica sacrale ancestrale, estatica e insopportabilmente diluita reiterazione: il tutto ossessivamente scandito da martellanti percussioni tribali, e all'ombra di una bandiera giapponese recuperata nell'immondezza, muta e arresa spettatrice ormai incapace di rappresentare una nazione irrecuperabilmente dannata allo smarrimento e all'autocannibalismo (Mishima si sarebbe scorticato le mani in applausi).
Erano decenni che un film non rendeva nuovamente rispettabile intrattabile inavvicinabile un genere ormai sfiancato come lo splatter (qui confinato nel suo più congeniale habitat; quello politico), ed erano lustri che un film non riusciva a farmi roteare così nervosamente nel letto e a razziarmi considerevoli porzioni di sonno anche a distanza di giorni dalla visione.
Dopo questo, qualsiasi horrorucolo occidentale spinge al bonario sorriso o all'indomito sbadiglio.
Se avete pensato a Baise-moi o a Irreversible come a film eccessivi e vi siete sfiancati di seghe per la durezza di Funny games, o pensate che Kern& Zedd e i Troma-movies siano quanto di più folle, trasgressivo ed oltraggioso abbiate visto impresso su celluloide, o avete trovato ciofeche quali Blair withc project e Session 9 le prove fruitive più conturbanti e insorreggibili di questi ultimi 10 anni, astenetevi, o preparatevi a fortissimi spasmi coronarici e a una bancarotta emozionale di non poco conto.
Anche i più collaudati habitué della tanatofilia e i più svergognati sfegatati assatanati cultori della violenza troveranno parecchio di che impallidire vacillare capitolare, qui.
APPENDICE 1) Fatevi un enorme favore/regalo e cercate di visionare il film nel più grande formato a voi consentito: andate da un amico che possiede un 32 o 28 pollici o -meglio ancora- noleggiate un videoproiettore... evitate insomma accuratamente di sprecare e ammorbidire l'impatto guardandovelo in formato ridotto.
APPENDICE 2) Il film, paese che vai censura banzai, circola in differenti metraggi: la versione uncut è di 108'. I maniaci/puristi della "fully uncut version" sono avvertiti. Segnalo il doppio dvd della ArtsMagic, ricco di un'ora di interessantimi extra.
Manolo Magnabosco
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